Pubblicato il Lascia un commento

INTERVIEW to Mamuka Mamulashvili, Commander of the Georgian Legion of Ukraine

In an exclusive interview for the Kyiv Post, conducted by CSIG Director Claudia Palazzo, Mamulashvili explains some fundamental aspects of the war in Ukraine, from the privileged standpoint of founder and commander of one of the most famous units of the Ukrainian forces.

Pubblicato il Lascia un commento

La guerra in Ucraina ci costringe a un risveglio di coscienza. Una lettera aperta dalla Georgia all’Italia.

Di Nodar Ladaria

Io non sono un esperto militare per supporre il possibile esito della guerra. Non sono psichiatra per parlare sulla probabilità d’un attacco nucleare da parte della Russia. La mia ansia sta altrove: nelle reazioni degli intellettuali e politici italiani.

Non mi dilungherò sugli esempi concreti, anche se ce n’erano di molto dolenti per me. Posso capire, ma non giustificare coloro che hanno studiato in Russia: tutti noi serbiamo nel cuore i dolci ricordi della gioventù passata all’estero. Col tempo questi ricordi crescono nell’anima, prendono più spazio, acquistano maggior significato. Ma non devono forzare i limiti del buon senso. Capisco che molti studiosi italiani siano attaccati a Mosca, ma il pezzo della realtà rimasto nella loro memoria non potrà superare gli orribili fatti di oggi. La Russia non fa la guerra in Ucraina, fa il massacro.

Mi dispiace soprattutto per gli studiosi che non avendo i diretti rapporti con Mosca, sono rimasti invece vittime del proprio professionalismo. Infatti, non è caso di parlare di Rus di Kiev. Sarebbe come discutere sulla nazionalità di Carlo Magno: era egli tedesco o francese? L’identità del popolo Ucraino andava creandosi attraverso ben altri percorsi. E la corrente guerra coronerà questo cammino pieno di ostacoli. Qualunque sia la fine, per sentirsi ucraino, non ci sarà più bisogno di San Vladimiro, di eredità storica di “antichi ucri” e altre stampelle storiosofiche.

E’ chiaro che la posizione d’un vigliacco è sempre descrivibile con la frase: “Non svegliate la bestia!” Ma io non vorrei soffermare su questo momento e mi limito di un piccolo riferimento alla degradazione dello spirito vitale nell’Occidente, su cui ama parlare Umberto Galimberti.

Io vorrei parlare di altro: del cambiamento che dovrà subire nella coscienza occidentale tutta la cultura russa. Parlare di una grande rilettura. Intendo la rilettura non soltanto di testi e artefatti della cultura Russa, ma anche le dichiarazioni e interpretazioni politiche fatte dai leader russi attraverso i secoli e di recente.

Negli anni ’90, quando vivevo a Roma, in vigilia di elezioni, alcuni slavisti italiani biasimavano Romano Prodi che, secondo loro, avrebbe detto durante un incontro con gli elettori: “Unione Sovietica? Voi intendete il paese, dove nelle latrine pubbliche non ci sono pareti tra un cesso e l’altro?”. Gli amici mi dicevano che Prodi avesse offeso la cultura russa. Ma non è così. Prodi fece notare la mancanza di cultura, l’assenza di rispetto verso la dignità umana

Purtroppo, nel nostro caso, le condizioni delle latrine pubbliche servono da miglior indizio per capire quanto succede con la Russia che i romanzi di Tolstoi o le opere di Mussorgski. E la chiave di questo problema sta nella struttura della società russa sempre divisa in due.

Non è una semplice differenza tra le classi sociali. Non è neanche la mancanza degli “ascensori” che dirigono verso l’alto. Anche in Russia in ogni epoca possiamo trovare individui di origini umili che sono riusciti a raggiungere qualche vertice sociale. Ma in Russia questo significava passare da un popolo all’altro, da un etnia all’altra. Quelli che stavano giù non erano semplicemente più poveri, essi non avevano faccia umana.

Ricordate un colonizzatore bianco di Tasmania che raccoglieva le orecchie mozzate degli indigeni per ricevere il premio? Un signore russo non aveva nessun bisogno delle teorie razziali per avere un simile atteggiamento verso i propri servi di gleba o altri popoli. E’ per questo che molti studiosi russi oggi parlano di una “colonizzazione interna”, intendendo crescita e sviluppo dell’Impero russo.

E così, gli intellettuali russi a partire dalla seconda metà del Settecento cominciarono a imparare dall’Europa il modo di esprimere i sentimenti. La cosa era molto semplice e lineare: leggevano Stern, Schiller e altri, cercando di esprimere le proprie emozioni in modo simile. Hanno imparato bene, ma non di sentire, ma di esprimersi anche senza sentire realmente. Così anche Pushkin offriva al lettore le splendide sinossi di Shakespeare, di Byron. La tecnica d’imitazione diventava vieppiù soffisticata e più tardi era difficile intravedere Hugo nel Tolstoi e Dikkens nel Dostoevski… Ma io non dico niente di nuovo. Tutto questo è già luogo comune nella critica letteraria russa.

L’occidente ammirava la propria immagine nella letteratura, nella musica, nella pittura provenieti dalla Russia, ma tutto ciò era assolutamente chiuso per la maggioranza dei russi stessi. Per un contadino abitante vicino a Mosca “Anna Karenina” era ugualmente inacessibile, come l’originale di “Genzi monogatari”.

L’Unione sovietica, anch’essa era uno Stato feudale. L’abisso tra le classi o, meglio dire, gruppi sociali era il modus vivendi della società. Paradossalmente il senso della dignità personale si basava sulla totale scarsità di merci. Ciascuno che aveva accesso ai vestiti importati dall’estero o ai cibi prelibati si sentiva signore e disprezzava altri. Possiamo anche non parlare di Gulag. Il valore basso della vita e dignità umane non cresceva con la liberazione dal culto di Stalin. E questo modo selvaggio di vivere tra paura e disprezzo che forgiava a poco a poco l’identità del famigerato Homo Sovieticus non entrava in nessun conflitto con l’ideologia ufficiale. Quest’ultima si è presto trasformata in wooden language, gergo privo di gusto e significato.

Il luogo della cultura rimase lo stesso: stare in un continuo ed inutile dialogo con il potere. Così possiamo capire il più sincero romanzo russo del Novecento, “Il maestro e Margerita” di Mikhail Bulgakov. Spesso lo chiamano romanzo per un solo lettore. Bulgakov dice a Stalin: fai quello che vuoi, ma non tocca gli artisti, perché saremo noi a suggerirti chi devi ammazzare. In questa chiave dobbiamo rileggere oggi la cultura russa di due secoli precedenti. La rilettura è necessaria, perché per l’Occidente sono rimasti chiusi i testi politici russi, percepiti come se essi fossero espressione adeguata delle intenzioni e non una variante di abituale wooden language. Così, quando Putin parla di una rivendicazione storica, non ha niente a che fare con la memoria collettiva o altri costrutti mentali dell’Occidente. E’ solo una vernice, una decorazione simile al suo discorso annuale ogni 31 dicembre che serve solo da segnale per aprire la bottiglia di spumante, perché nessuno ne ascolta il contenuto. Parlando di storia Putin non esprime niente, solo emette un ordine per caricare i cannoni.

In Europa si ripete spesso: non esiste la poesia dopo l’Auschwitz. Oggi possiamo dire: non esiste Dostoevski dopo Putin.

Nodar Ladaria è Ordinario di Studi culturali presso l’Università Statale Ilia a Tbilisi (Georgia).

Nato nel 1960 a Sukhumi. Nel 1981 compie gli studi nell’Università Statale di Tbilisi (oggi l’Università Statale Javakhishvili) con la specializzazione di Fisica nucleare di alta energia.

Negli anni 1981 – 1989 lavora negli istituti di fisica a Tbilisi, a Dubna (Russia) e Protvino (Russia).

Nel 1989 diventa studente presso l’Accademia teologica di Tbilisi, da dove è stato espulso per disubbidienza.

Nel 1992 continua gli studi presso Pontificio Istituto Orientale a Roma, dove nel 1996 consegue il grado di Dottore delle Scienze ecclesiastiche orientali.

Nel 2008 consegue il Premio statale italiano per la traduzione letteraria e diffusione della cultura italiana.

Per i 15 anni è stato editorialista presso il quotidiano georgiano “24 Ore”. E’ autore di un romanzo e di molte traduzioni dall’italiano e dal Russo.

Pubblicato il Lascia un commento

Georgia Policy and Security Experts Issue a Joint Declaration on Russia Threat

source: რადიო თავისუფლება

Georgian policy and security experts developed a joint paper, released on January 10, that urges political parties to overcome internal polarization to concentrate on the Russian threat.

The recent development in the region, including CSTO intervention in Kazakhstan, pressure towards Russian integration with Belarus, and the aggression toward Ukraine, convinced Georgian experts to take a collective and public stand urging the government to divert its effort from the internal political cleavages and concentrate on the external threat.

In an extremely hostile security environment, all political parties must work together to neutralize external threats to Russia”, says to CSIG Andro Gotsiridze, veteran senior officer in the Georgian Ministry of Defense (MoD) and Foreign and Military Intelligence Services, where he headed various departments from 2001 on.

The government must not be engaged in destroying the opposition, but shall concentrate on taking effective steps to end Russian occupation and prevent hybrid intervention or conventional invasion.

He urges the political parties to work on the direction of integration with the West, that on its side will be able to get a clear signal from this, and act accordingly:“the West at this crucial moment should see on the part of Georgia a non-partisan desire for integration and not the desire of politicians to enlist the support of the West against each other.”

Strengthening democracy, leading to the depoliticization of the security and justice system, is an important factor in NATO/EU integration, not Russia’s veto”, additionally stresses Gotsiridze, among the signatories of the declaration.

According to Professor Shalva Dzebisashvili, Head of the Political Science an IR Programs at the University of Georgia, “given the nature of Kremlin’s demands and its stance towards the (im)possibility of compromise as a result of planned negotiations with the US/NATO/EU the high risk of military confrontation with Russia in Ukraine and Georgia remains acute.” As a consequnce of it, Professor Dzebisashvili adds that “the government of Georgia, as well as opposition parties, have to adjust their political agenda and collaborate to do all possible to prepare the nation and ensure an effective response to the crisis.”

You can read the Georgian version of the declaration here.


Following is the full text of the declaration in English language.

Special Declaration of the Security Experts and Civil Activists

(On US/NATO/EU – Russia Negotiations)

Once again, the democratic choice of Georgian citizens, to be free and determine its own future – is being put under the threat of Russian aggression. The Kremlin’s ultimatum towards the West is a clear statement that Russia regards Georgia solely under its dictate and as inseparable part of its sphere of influence.

This threat directly implies the high possibility of military provocations as well as the renewal of a large-scale military aggression, which aims at reducing the sovereignty of Georgia and severing its vital ties to international community and the West.

Considering the severity of the existing threat, our position is that:

  • It is unacceptable to continue the existing political polarization and rivalry in country, which consumes much of country’s political energy and resources; Thus, it must be stopped immediately.
  • Major political parties and organizations must reach a national consensus on resisting the external threat and conducting the permanent political consultations in this regard.
  • The National Security Council and other state agencies must be tasked to plan necessary actions to counter the looming military confrontation as well as potential difficulties in essential spheres of state functioning such as transport, communication, energy healthcare, finances tec.
  • A full fledged security system and regime must quickly be established along the Occupation Line (ABL), which includes the introduction of special security, movement and communication measures for local population, the permanent patrolling, monitoring and rapid reaction mechanisms.
  • To effectively implement the mentioned plans and actions, a permanent coordination mechanism must be established between the local/regional authorities and the central government agencies, among others to ensure necessary stockpiles of military and non-military nature.
  • The Georgian government has immediately to start negotiations with friendly nations and international partners on assistance and relief plans to support Georgia militarily and with other means to counter potential Russian aggression.
  • The Georgian diplomatic representations abroad must be tasked immediately to start discussing with the relevant international organizations the high risk of Russian aggression against Georgia and ways of possible support.
  • The full picture on already made and planned activities to counter the potential Russian aggression must be provided to the Georgian society and Georgia’s international (western) partners; thus, the strategic communication must be enhanced.
  • A collaborative work with the inclusion of the subject matter experts must be started immediately to define, reform, and establish the best security policy and system for Georgia. The role of the parliament as a chief body of reviewing, discussing, and monitoring the needed security sector reform, must be highlighted herewith once again.

Given the existing critical situation, the Georgian society has no time and luxury to remain passive while attempts are made to reduce the statehood of Georgia. Our duty is to demand from the government and the entire political spectrum to unite and do all the necessary to counter the threat. Furthermore, the crisis created by Russia, has to be regarded and utilized as opportunity for speeding up Georgia’s integration in the West and NATO in particular.

Pubblicato il Lascia un commento

2022: RIVOLTA IN KAZAKISTAN. L’opinione degli esperti. Claudia Palazzo intervista Luca Anceschi e Albert Bininachvili.

Il Kazakistan è in rivolta. L’aumento dei prezzi del gas delle scorse settimane, ha dato inizio a un effetto domino sfociato nelle gravi proteste di stanotte, alle quali il governo di Tokayev ha risposto dichiarando lo stato di emergenza e chiedendo l’intervento del CSTO a guida russa, che non ha tardato a rispondere all’appello.

Claudia Palazzo ha intervistato per il CSIG Luca Anceschi, professore di Studi Eurasiatici all’Università di Glasgow e autore della monografia “Analyzing Kazakhstan Foreign Policy” (Routledge, 2020), e Albert Bininachvili, direttore del programma Asia Centrale e Caucaso presso l’Università di Bologna.

A Luca Anceschi chiediamo delucidazioni sull’aspetto interno della rivolta in Kazakistan.

C.P:Professore Anceschi, che succede in Kazakistan? La Russia è entrata per non andare più via?

L.A.: L’entrata delle truppe russe in Kazakistan dimostra che Tokayev è disperato. Per mantenere il controllo del potere, ha fatto appello al trattato del CSTO ed aperto le porte ad un intervento militare russo. Il numero delle truppe arrivate in Kazakistan è minimo, quindi siamo davanti ad un’operazione circoscritta, che i governi sia di Nur-Sultan che di Mosca hanno definito anti-terrorista. A mio modo di vedere, questo è un esempio di assistenza tra regimi autoritari.

C.P.:Quanto sono profonde le radici di questa protesta? Come mai il dissenso affiora solo adesso e con tale veemenza?

L.A.: Queste proteste hanno radici molto profonde, che risalgono fino al momento dell’avvicendamento tra Nazarbayev e Tokayev. L’esplosione del malcontento in seguito all’aumento dei prezzi del gas dimostra quanto poco efficienti siano state le politiche economiche del Kazakistan post-Nazarbayev. Al malcontento economico si sono poi sovrapposte istanze politiche che chiedevano un accesso più immediato e trasparente a dinamiche democratiche.

Ad Albert Bininachvili chiediamo un’analisi del contesto geopolitico e delle conseguenze internazionali della vicenda kazaka.

C.P.: Professore Bininachvili, l’ultimo appello al CSTO è stato fatto dall’Armenia durante la guerra dei 44 giorni con l’Azerbaigian, ma la Russia non è intervenuta. Come mai, invece, questa volta ha risposto immediatamente alla richiesta di Tokayev?

A.B.: In occasione della guerra in Nagorno-Karabakh, la Russia ha subito l’umiliazione di dover prendere atto dei mutati equilibri di forza nel Caucaso del Sud, dove la presenza della Turchia esercita un peso tale da non consentire alla Russia un intervento a gamba tesa. Una debacle, per Mosca, un’offesa alla propria immagine di arbitro monopolista delle vicende post-sovietiche, della quale ha adesso, invece, avuto modo di rifarsi. Bisogna comunque tenere conto che Russia e Turchia hanno più di un’area di contrasto, e l’atteggiamento malleabile dimostrato dalla Russia nel Caucaso del Sud può essere inteso come contropartita rispetto alla maggiore accondiscendenza agli interessi di Mosca che la Turchia le può accordare in altre aree, ad esempio la Siria.

Infatti, nel teatro kazako, la controparte interessata è Pechino, una potenza molto più vicina, molto di più influente economicamente, ma non politicamente pronta a intervenire, nei confronti della quale, con questo intervento militare, Mosca riesce anche a strizzare l’occhio, mandando alla Cina il segnale chiaro che i suoi investimenti in Kazakistan, con la presenza russa, saranno al sicuro.

C.P.: Se ne possono leggere diversi di segnali da parte di Mosca, con questo intervento in Kazakistan…

A.B.: Certo, ciò che viene in mente è innanzitutto il riferimento alle cosiddette “Linee Rosse”, quelle che Putin ha esplicitato recentemente riguardo ai fatti ucraini. L’intervento militare in Kazakistan dimostra al mondo intero quanto Putin fosse serio nell’esigere il monopolio politico-militare nello spazio post-sovietico, che considera il proprio giardino di casa. Il caso kazako è il primo riscontro pubblico, collettivo e tremendamente evidente di quelle che da parte di Putin erano state, finora, solo minacce.

C.P.: Quanto oltre intende spingersi la Russia in questa vicenda?

A.B.: Molto oltre, a giudicare da ciò che da stamattina viene riportato dalle principali emittenti russe e che viene detto da molti deputati della Duma. In particolare, si comincia a sentire ampiamente parlare di minacce alla sicurezza della popolazione russa in Kazakistan e di conseguente necessità “protezione” di essa. Ciò è qualcosa che rimanda chiaramente al 2014, ai fatti di Crimea e alle regioni orientali dell’Ucraina. Un grimaldello, quello della diaspora russa, ampiamente utilizzato in occasione di quei fatti, e che nell’ultima versione della Costituzione della Federazione Russa viene anche regolato legalmente come dovere di Mosca nei confronti dei suoi compatrioti, siano essi russi “etnici” o da passaporto.

C.P.: Su quali basi formali si fonda il presunto diritto della Russia di intervenire in una situazione interna nel vicino Kazakistan?

A.B.: Il Trattato del CSTO, nel suo articolo quarto, dichiara che qualsiasi aggressione, da parte di uno Stato o gruppo di Stati, a uno degli Stati membri dell’organizzazione, sarà considerata un’aggressione a ciascuno degli altri Stati membri. Si tratta dunque di minacce esterne. É l’insieme delle fonti e delle procedure attorno all’invocazione dell’intervento del CSTO a fare davvero la differenza. Innanzitutto, in questo caso, la clausola di mutua assistenza è stata invocata direttamente da Tokayev, e il suo accoglimento senza ostativi da parte di nessuno ha reso il processo interventista privo di ostacoli da parte degli attori coinvolti. Praticamente, non essendoci nessuno degli attori interessati e con voce in capitolo a dichiararsi contrario a questo intervento, il problema semplicemente non si è posto. Inoltre, la complessa impalcatura legale attorno al CSTO – basti pensare alla differenza fra il “Trattato” in sé, e l’organizzazione di Collective Security” che si fonda, appunto, attorno a tale trattato – lasciano una certa ambiguità interpretativa, un certo spazio di manovra, per piegare le regole – scarne e prive di minuzie e dettagli – alla necessità politica del momento.

C:P: E se ciò non bastasse, si è già aperta la caccia al nemico esterno…

A.B.: Infatti. È questo forse uno degli aspetti più drammatici di questa vicenda, nonché il punto fondamentale fra le questioni di forma che rende Mosca serena nell’intervenire: i manifestanti sono stati tacciati di terrorismo, equiparati o definiti essi stessi terroristi internazionali, addirittura manovrati e addestrati dall’estero.Ma le informazioni in merito a ciò, ancora sono vaghe. Che essi finiscano per essere classificati come “terroristi islamici” o che si decida di utilizzare il classico spauracchio della tentata “rivoluzione colorata” manovrata dai “poteri occidentali”, poco cambia. Di fatto, l’intervento militare è stato classificato come intervento anti-terroristico.

Certo, qualora questo aspetto della vicenda venisse inquadrato come terrorismo islamico, ciò sarebbe un’altra strizzata di occhio a Pechino, come quello riguardante la protezione degli investimenti economici cinesi di cui si parlava poc’anzi. Terrorismo, e terrorismo islamico, infatti, sono i principali problemi – reali, o percepiti, o volutamente strumentalizzati – della Cina in Asia Centrale. Basti pensare alla vicenda tristemente nota dei territori dello Xinjiang, popolati non solo dagli Uighuri ma anche da quasi tre milioni di kazaki, a loro volta sottoposti all’enorme pressione del governo di Pechino. L’intervento russo eventualmente inquadrato in questi termini, dovrebbe, almeno a un livello di analisi più superficiale, risultare gradito alla Cina.

C.P.: Riguardo al posizionamento di Pechino nell’area, viene in mente l’altra impalcatura securitaria presente in Asia Centrale, la SCO…

A.B.: Certo, la Shangai Cooperation Organization, che peraltro nasce proprio in funzione antiterroristica. Sul momento non ci sono segnali che la Cina abbia motivi per intervenire direttamente, ma qualora se ne creasse la ragione, tale da far maturare a Pechino la volontà politica di essere essa stessa a “superare le Red Lines di Putin”, avrebbe anch’essa uno strumento per farlo. Ma è ancora troppo presto per parlarne, e al momento non sembrano esserci segnali in questo senso.

C.P.: Io ricordo molto bene che a lezione, anni fa, lei parlava già, e con grande senso di urgenza, della questione kazaka, indicando il Kazakistan come il prossimo, più probabile, luogo di intervento russo…

A.B.: Purtroppo è vero, quello che sta succedendo adesso è qualcosa che agli occhi di chi vive la Russia e l’Asia Centrale era evidente ormai da tempo. Non sul Baltico, iper-protetto, parte della NATO, parte dell’UE, si sarebbero volte le mire di Mosca, ma sul più remoto, più lontano, più isolato, almeno rispetto al punto di vista europeo, Kazakistan. Un Paese ricco di risorse, ma che soffre del suo destino geopolitico. Vicino, con una significativa presenza di russi, ancora fortemente dipendente da Mosca, sia economicamente che politicamente, e con una controparte non intenzionata a mettere i bastoni fra le ruote, quale la Cina. Una preda molto più semplice per un cacciatore che cerca la dubbiosa e anacronistica gloria di “sobiratel’ zemel’ russkikh”. Avrei voluto sbagliarmi.

C.P.: È dunque il destino geopolitico dell’Asia Centrale? Cosa dobbiamo comprendere da ciò che sta succedendo?

A.B.: Quello che dobbiamo comprendere è che questa situazione non è una problematica regionale, e remota rispetto all’Europa. Dobbiamo comprendere che la vicenda kazaka è solo l’ultimo atto di un asse dell’autoritarismo che si va sempre più rafforzando in ambito post-sovietico, e che questo problema riguarda direttamente noi. Ciò che è successo in Bielorussia negli ultimi due anni e che sta portando a una diretta fusione con la Russia, le aggressioni e conseguenti occupazioni precedenti, in Georgia e in Ucraina, sommato con questo ultimo atto di espansione de facto, della Russia, devono seriamente preoccupare l’Europa, prima di tutto rispetto l’erosione della presenza geografica di luoghi in cui si vive secondo i valori del rispetto dei diritti umani e delle libertà civili e politiche individuali e collettive. L’Occidente deve trovare con urgenza una risposta comune e concreta a questa minaccia, non è più tempo di chiacchiere.

Pubblicato il

Discorso di Saakashvili alla Corte, 29 novembre 2021

Riportiamo di seguito il testo integrale tradotto in lingua italiana del’ex Presidente georgiano Mikheil Saaakashvili davanti alla Corte, in occasione dell’udienza del 29 novembre 2021 del processo in cui è imputato.

Non sono stati aggiunti commenti né note editoriali, la traduzione non é stata resa in italiano tramite forme interpretative.

Qui il video del discorso.

“Vorrei, prima di tutto, salutare gli astanti qui fuori, salutare il pubblico georgiano, e porre una domanda. Durante quei giorni, in cui camminavo liberamente in Georgia, prima di essere preso in ostaggio, ho avuto la possibilità di interagire con le persone, e ho visto questa gente molto imbronciata, la gente è molto abbattuta. Le persone quasi non sorridono, la gente è molto infelice.

Vorrei dirti, mio amato popolo georgiano, vorrei chiederti: non vi manca di sentirvi orgogliosi del vostro Paese? Non vi mancano l’incalzare e la spinta dello sviluppo? Non vi mancano le novità e lo sviluppo? Non vi mancano l’amore e il calore? Non vi manca il celebrare la vittoria?

Se tutto ciò vi manca, allora dobbiamo insieme mettere fine a tutto ciò che sta accadendo adesso.

Vorrei iniziare dal perché sono in questa aula e dal perché sono in Georgia oggi.

Voi sapete bene che presiedo il “Comitato Esecutivo per le Riforme” del più vasto Paese europeo, che si riunisce ogni mese – adesso non si riunisce da due mesi per comprensibili ragioni – e che raccoglie il Presidente dell’Ucraina, il primo ministro, il Presidente del Parlamento, tutti i ministri, il procuratore generale, e si occupa di preparare le riforme necessarie per il Parlamento ucraino.

Con il mio contributo, la Verkhovna Rada ha approvato diverse leggi cruciali da me preparate. Per esempio la legge sulla proprietà terriera, un pacchetto legislativo; la legge sui permessi di costruzione, che non farebbe male nemmeno alla Georgia, vista l’enorme corruzione che c’è in questo settore; la legislazione sull’elettricità, e, prima della mia partenza, ho lasciato loro l’atto sulla libertà economica dell’Ucraina, che avevamo in Georgia, ma che questo governo ha abrogato. Ho anche completato un pacchetto fondamentale di riforme sanitarie in Ucraina.

Avevo una posizione di grande rilievo in Ucraina. A maggior ragione che, secondo un sondaggio IPSOS, quando hanno chiesto al pubblico chi avrebbero voluto come primo ministro dell’Ucraina, ero il primo della lista. Ho rifiutato almeno due volte la premiership durante la presidenza di Poroshenko. Dal punto di vista materiale, non sono mai stato così bene come stavo in Ucraina. Avevo una casa, uno stipendio alto, ero rispettato, e tenevo lezioni in tutto il mondo. Per esempio, recentemente, ho tenuto una conferenza a 600 milionari e miliardari sul codice fiscale nei resort più alla moda del Messico, e naturalmente, vengo pagato per ognuna di queste conferenze.

Ma proprio così, ho messo da parte tutto questo, almeno temporaneamente, e sono arrivato in Georgia, dove ero certo che sarei stato o ucciso durante il viaggio, o ucciso al mio arrivo, proprio come hanno fatto con Zviad Gamsakhurdia, oppure sarei stato messo in una cella, da dove le mie possibilità di rilascio, come siamo tutti convinti, sono minime.

Probabilmente molte persone diranno che non sono sano di mente. Cosa può portare un uomo a rifiutare tutte le cose di cui parlavo prima – lusso, rispetto, una posizione istituzionale nel più vasto Paese europeo – mettere tutto da parte e saltare in un vortice da cui ha pochissime possibilità di tirarsi fuori?

Ma c’è qualcosa che mi spinge più di ogni altra cosa… c’è qualcosa che mi spinge più di ogni altra cosa; ed è la ragione per cui sono qui.

Amo davvero l’Ucraina, dove ho trascorso più di diciassette anni della mia vita, ma sono follemente innamorato della Georgia, dove sono nato e cresciuto, in una famiglia amorevole.

Mia nonna Mzia è morta recentemente e non ho potuto partecipare al suo funerale per ovvi motivi. La Georgia è il Paese dove sono stato istruito da insegnanti come Gela Charkviani e Manana Chavchavadze. In prigione ho ricevuto una lettera, dalla mia prima insegnante, Nineli Tatarashvili – che alla Prima Scuola Sperimentale mi ha fatto studiare sui libri più innovativi di Shalva Amonashvili – e anche da Clara Chkhaidze, la mia insegnante di lingua e letteratura georgiana alla Scuola n. 51. Non vi nasconderò che ho pianto molto in cella mentre leggevo queste lettere. Non ho avuto una reazione del genere in nessun’altra occasione.

So che nei suoi ultimi giorni di vita, Gela Charkviani è stato il primo firmatario della petizione che chiedeva la mia liberazione. Ho appreso della sua morte poco prima di perdere temporaneamente conoscenza nell’ospedale della prigione n. 18. E’ stato un duro colpo per me. Gela diceva che ero stato il suo miglior studente, e io, semplicemente, non ho avuto l’opportunità di incontrarlo e di dirgli che lui è stato il miglior insegnante che abbia mai avuto.

È un po’ mistico – un paio di giorni prima di sapere della morte di Gela, ho sognato il suo appartamento in via Pekini, e Irakli Charkviani, che era un mio amico, che diceva che Gela era fuori e sarebbe tornato presto. Ho saputo della sua morte un paio di giorni dopo.

Ci tengo a dire che sognavo ogni notte la Georgia, Batumi, l’Abkhazia, sognavo il campetto da calcio nel mio cortile, dove giocavo, in via Pekini, e la sensazione che io e che noi, come georgiani, stiamo perdendo tutto questo, stava diventando sempre più insopportabile.

Sapete che nel 2008, i russi attraverso i francesi, Sarkozy, e gli americani hanno avvertito che avevano intenzione di entrare a Tbilisi il mattino dopo e che io e la mia famiglia avremmo dovuto lasciare la Georgia. Hanno bombardato e distrutto l’aeroporto di Kopitnari, che abbiamo poi restaurato e che ora ha un aspetto assolutamente diverso, hanno bombardato i dintorni dell’aeroporto di Batumi, l’aeroporto di Tbilaviamsheni. L’unico posto che non hanno bombardato è stato l’aeroporto internazionale di Tbilisi e l’hanno fatto per una ragione: permettere a Saakashvili di fuggire all’estero insieme ai suoi amici e parenti. Non nascondo che anche alcuni americani, miei amici, mi hanno consigliato di farlo, perché altrimenti i russi sarebbero entrati a Tbilisi e avrebbero fatto quello che Putin ha promesso a Sarkozy, di impiccarmi da qualche parte e di distruggere la mia famiglia. E così, per prendere una decisione su ciò che avrei dovuto fare, ho impiegato solo due o tre minuti.

Ho ricordato che nel 1921 – e ci ho pensato molte volte – quando l’esercito bolscevico entrò a Tbilisi, il governo georgiano si spostò prima a Batumi, poi a Istanbul e infine per la Francia. Ho visitato molte volte la tenuta di Leuville, che avevano acquistato e dove erano andati a stare, e so che dopo 10, 20, 30 o anche 40 anni, loro, già vecchi, erano ancora seduti a discutere di storie sulla Georgia, un luogo che non avrebbero mai più potuto vedere nella loro vita. Ho pensato che non mi sarei mai messo nella stessa situazione. La mia partenza da Tbilisi significava l’ingresso delle truppe russe a Tbilisi e l’appendere una bandiera russa a Tbilisi. Questo era il contenuto di questo ultimatum. In Afghanistan, il presidente ha lasciato la capitale in circostanze simili e l’altra forza è entrata immediatamente.

Il mio Presidente preferito, Ronald Reagan, diceva che siamo sempre a una generazione di distanza dalla perdita dell’indipendenza e io purtroppo dico che probabilmente è arrivato il momento in cui questo è quello che sta succedendo davanti a noi in questo momento. Questa è la realtà oggettiva. Quando sono arrivato a Batumi, ho camminato per le strade e ho visto che ci sono molti russi. I russi sono diversi l’uno dall’altro; ci sono dei russi di provincia, di origini oscure, che stanno comprando il 70% degli appartamenti costruiti lì. Ho visto quella prigione… si vendono molti prodotti, cose elementari. Ci sono molti canali russi tradotti in georgiano in TV. A proposito, non succedono queste cose in Ucraina perché lì è proibito, perché l’Ucraina è l’Ucraina, il Paese che combatte contro la Russia, proprio come la Georgia.

Sono arrivato perché ho sentito da molti georgiani che dovevo tornare; ho sentito da migliaia di miei compatrioti che ho incontrato in vari aeroporti; quei compatrioti che incontravo nei grandi raduni di emigranti in Europa e negli Stati Uniti che dovevamo tornare in Georgia.

L’ultimo è stato mio figlio di 15 anni, Nikusha, che ha detto che avrei dovuto farlo o adesso o mai più, perché perderemo il nostro Paese. Me lo ha detto Sandra, di cui mi fido molto e con la quale abbiamo cresciuto due figli eccezionali.

Mi imbatto nelle azioni di Sandra ovunque, anche nel sistema penitenziario, dove ha fatto molte buone cose in termini di assistenza sanitaria ai detenuti, screening e molte altre cose. Non siamo mai stati miliardari – se avevamo uno stipendio di 800 dollari negli anni ’90, 400 dollari venivano spesi in beneficenza.

Inoltre, in Ucraina, una persona molto importante proveniente da Tbilisi mi ha detto che se non fossi arrivato subito avremmo perso la nostra patria, e l’opinione di questa persona è molto importante per me.

Infine, mia madre, che è seduta in questa sala e che è professoressa di Storia della Georgia, mi ha detto che lei, come madre, non vuole che io rischi la vita, ma come patriota della Georgia, capisce che siamo in una situazione grave, e dice che lei non è solo mia madre, e che dovremmo fare qualcosa perché siamo in una situazione molto brutta.

Naturalmente, molti hanno conosciuto anche i miei amici ucraini; Lisa Yasko era a Tbilisi e ha detto che nel nostro Paese c’è una catastrofe in corso. Mi ha detto che molti disoccupati stanno agli angoli delle strade. In Ucraina non si può vedere un giovane in piedi agli angoli delle strade, lì tutti hanno un lavoro. Qui, quello che l’ha scioccata di più è che ad ogni passo c’erano persone in piedi agli angoli delle strade e persone tristi. Mi ha anche detto che era il momento di aiutare questo Paese.

Lei sa cosa è successo in Georgia dopo la mia presidenza.

Il tasso di cambio della valuta si è svalutato di due volte. Rispetto a Shevardnadze, dopo l’inizio della mia presidenza abbiamo rafforzato il tasso di cambio del 28%, e l’abbiamo rafforzato ancora di più in seguito, e quella moneta adesso si è svalutata di due volte, i prezzi sono aumentati di tre volte. Gli stipendi dei dipendenti pubblici quasi non sono aumentati, così come non sono praticamente aumentati nel settore privato. La gente sta scappando in massa da qui. È una tragedia che un giovane ufficiale, che ha ricevuto la migliore educazione americana e che è stato un comandante di una delle direzioni delle forze armate georgiane, che ho creato, praticamente da zero, ora lavora come caricatore nel New Jersey, sprecando i suoi anni migliori in questo lavoro.

È una tragedia che l’ufficiale Tsertsvadze – che è stato il primo nella Storia dopo la seconda guerra mondiale, su scala mondiale, ad abbattere un bombardiere strategico russo, TU22 – se ne sia andato perché era perseguitato, perseguitato dalle persone che hanno ucciso i nostri ufficiali delle unità speciali che erano ostaggi della Russia, che hanno imprigionato Roman Shamatava, un vero eroe del nostro Paese. Se ne andò con la sua famiglia e rimase come rifugiato in un campo in Germania.

È una tragedia che negli aeroporti polacchi, per esempio a Varsavia, dove ci sono continue code di georgiani, gli aerei atterrano uno dopo l’altro per trasportare i georgiani nelle fabbriche polacche, dove sono pagati pochi spiccioli – 700-800 euro al massimo – e pagano parte di questa somma in alloggio. Dall’aeroporto di Wrocław, un altro aeroporto polacco, i georgiani sono portati in Germania a raccogliere fragole, lavorando praticamente come schiavi.

Abbiamo perso 700.000 compatrioti negli ultimi nove anni, all’inizio del 2021. E a questo numero se ne sono aggiunti almeno 100.000 quest’anno. Guardate i dati statistici, durante gli otto anni su nove della presidenza di Saakashvili, sono tornati nel Paese più georgiani di quanti ne siano partiti. Quello che sono riusciti a fare in nove anni, i nostri feudatari hanno impiegato 70 anni per vendere i nostri ragazzi e ragazze da Anaklia a Rabati al bazar di Istanbul. Loro ci hanno messo praticamente sette o otto anni.

L’economia della Georgia si è sviluppata in un’economia proprio come era il Venezuela, o come era la Moldavia prima. Il modello chiave è che tutte le risorse locali appartengono a un’oligarchia o a un oligarca, un sovrano, mentre la popolazione si guadagna da vivere servendo un oligarca o con i soldi rimessi dai parenti. Questo è l’aspetto del modello economico della Georgia. Non c’è altra prospettiva che la povertà o la fuga.

Ho incontrato molte delle nostre donne che lavorano soprattutto come badanti per anziani in Grecia e in Italia. Ma a causa della loro età, queste donne avranno presto bisogno esse stesse di assistenza; non hanno pensioni, spesso non hanno uno status giuridico o risparmi, perché stanno inviando tutto il loro denaro alle loro famiglie abbandonate. Questa è una tragedia che sta accadendo davanti a noi… Non potevo restare a Kiev o sedermi nel mio ufficio, proprio sopra l’ufficio del presidente ucraino nell’amministrazione presidenziale e guardare da lì come il nostro Paese viene fatto a pezzi… C’è una catastrofe nel Paese, che una volta era il numero uno nelle riforme.

Oggi siamo in testa con il tasso di mortalità COVID-19.

Eravamo il riformatore economico numero uno al mondo. Eravamo l’economia che cresceva più velocemente nel mondo – l’economia è cresciuta di quattro volte durante il mio mandato. Lasciate che vi ricordi che dopo la mia presidenza, l’economia della Georgia è cresciuta dello 0% in dollari USA. La Georgia in realtà ha perso gli ultimi nove anni, perché durante i nove anni precedenti, con la guerra e la crisi economica globale, eravamo cresciuti di quattro volte, la nostra ricchezza nazionale è cresciuta di quattro volte, il bilancio della Georgia è aumentato di 12 volte, gli stipendi e le pensioni sono aumentati di 10 volte, mentre negli ultimi nove anni, gli stipendi sono effettivamente diminuiti a causa della svalutazione della moneta e della stagnazione economica. Non è questa una tragedia? Come possiamo prenderla con calma e accettarla come normale?

Permettetemi di ricordarvi che oggi siamo un Paese al quale vengono tirate le orecchie dall’uno o dall’altro Ambasciatore. Durante la mia presidenza, era un Paese che tre presidenti degli Stati Uniti – Bush, Trump e Biden – e diversi vicepresidenti hanno visitato. Questo è stato il Paese in cui sei leader europei sono arrivati quando siamo stati attaccati e sono rimasti al nostro fianco sulla piazza, rischiando la loro vita. Questo è il Paese dove il cancelliere tedesco, il Presidente turco e altri quattro o cinque leader sono arrivati durante la guerra. Si è tenuto un enorme vertice per proteggere la Georgia, praticamente sotto il fuoco delle bombe. Quello che hanno percepito come un concerto è stato in realtà una delle pagine più emozionanti della storia della Georgia, quando sei leader europei sono arrivati a Tbilisi davanti a centinaia di migliaia di persone e siamo riusciti a mantenere e salvare la nostra capitale.

Questo era il Paese, dove il principe di Monaco ha aperto la stagione turistica; la nostra stagione lirica è stata aperta da Carreras e Domingo, i più grandi cantanti del mondo. Quando sono diventato presidente, tutti mi hanno dato del pazzo quando ho detto che il numero di turisti in Georgia avrebbe raggiunto i cinque milioni, ma da 70.000 è aumentato a otto milioni. Ma non immaginavo le persone che si aggirano ora come turisti; immaginavo le persone che avrebbero pagato cinque o sei volte di più per lo sviluppo delle famiglie georgiane e della Georgia.

Questo era un Paese che costruiva nuove città. Non importa quante volte si riscriva la storia, Batumi è stata costruita da Saakashvili. Se avessi avuto tempo, Lazika sarebbe già stata costruita e sarebbe stata il porto più brillante del Mar Nero. Kutaisi è diventata una città nuova, perché avevo lavorato sull’idea di sviluppo delle regioni. Questo significava che la popolazione di Kutaisi sarebbe stata orgogliosa di vivere in una città così grande, piuttosto che in una città stagnante, che loro hanno trasformato in un villaggio, con le mucche che brucano l’erba fuori dal Parlamento. Ecco perché abbiamo spostato il Parlamento a Kutaisi. Abbiamo spostato la Corte costituzionale a Batumi. E’ stato pianificato di collocare il centro finanziario chiave della Georgia a Lazika. Un terminal della più grande compagnia di crociere era in costruzione a Batumi, che sarebbe stato l’unico sul Mar Nero. Sono stato governatore di Odessa e persino Odessa poteva solo sognare quello che abbiamo fatto a Batumi.

Ora, poiché noi abbiamo costruito questo edificio, innalzato questa bandiera, creato questo stemma, questo inno e ciò che è più importante, costruito lo Stato e le istituzioni statali, di cui la Georgia mancava da secoli, per questo sono diventato il primo leader georgiano, dopo il re Luarsab (è successo 400 anni fa), che è stato imprigionato. È la più grande vergogna per tutti coloro che vi prendono parte. È la più grande umiliazione… Non credo che loro siano georgiani.

Questa è una classica ricetta russa; il mondo intero è costernato mentre mi rivolgo a voi da dietro questo vetro, invece di poter camminare insieme a voi nel Paese che ho costruito e svilupparlo ulteriormente.

Per quanto riguarda le mie accuse, sono stato condannato in due casi – un caso riguarda una grazia presidenziale, il cosiddetto caso Girgvliani, che non ha nulla a che fare con il caso Girgvliani ed è stato chiamato così solo per fare pubbliche relazioni. La morte di Sandro Girgvliani è stata una tragedia; gli ufficiali coinvolti nel caso sono stati arrestati. Dopo la guerra del 2008, un’amnistia è stata applicata a 280 militari; uno di quelli che hanno ricevuto da me il perdono che mi ha trascinato per i capelli nella prigione di Gldani. In realtà, non si trattava di un’amnistia, ma di un dimezzamento delle pene detentive.

Sono passati sei mesi da allora, e due giudici li hanno liberati. Uno di questi giudici mi sta ora processando nel cosiddetto “caso delle cause”. È davvero così buio, gente?

Del secondo caso non intendo nemmeno parlare: l’unica testimonianza nel caso Gelashvili è un classico caso di sentito dire, “io ho sentito che lui ha sentito”. Sono stato condannato sulla base di una tale testimonianza, che non sarebbe accettata in nessun tribunale del mondo come prova. E non c’è da stupirsi che quando hanno emesso questa sentenza e l’hanno inviata all’Interpol, quest’ultima si è messa a ridere e ha stracciato il vostro verdetto sopra le vostre teste… Ho parlato con il vicedirettore dell’Interpol, che ha detto che la vostra Procura è vergognosa.

Per quanto riguarda il caso del 7 novembre, perché continuate a mandare in onda il filmato del 7 novembre, che è molto sgradevole per me da guardare ed è molto difficile per me ricordare ancora oggi?

Non avete avuto il 20 giugno proprio ieri? Confrontate il numero di persone ferite il 20 giugno e il 7 novembre. L’omicidio di Lekso Lashkarava, incoraggiato dal più alto funzionario del Paese con la sua chiamata diretta, non è avvenuto proprio ieri? Ma vorrei invece discutere di quello che era il contesto geopolitico in Georgia allora.

La Georgia era sul suo cammino verso la NATO, nel 2006, quando Putin mi disse che avrebbe fatto di tutto per bloccare questo processo. Quell’anno, il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenka si informò con me su Arkadi Patarkatsishvili, il presidente del Comitato Olimpico, che disse di voler visitare la Bielorussia e chiese il permesso di incontrare Lukashenko. Gli ho detto che non ne sarebbe venuto fuori niente di fruttuoso, così non lo ha ospitato. Ma poi Patarkatsishvili andò comunque a Minsk, e Lukashenka mi disse in seguito che Putin aveva chiamato per dirgli che non era necessario incontrare Patarkatsishvili e che “i ragazzi sarebbero venuti a parlare con lui”. Tre generali dell’FSB arrivarono a Minsk, come mi disse Lukashenka, che incontrarono Patarkatsishvili e (riferirono che) Putin che sarebbe diventato il prossimo presidente della Georgia. Questo è successo nel settembre 2007.

Dopo questo, ci sono state grandi manifestazioni organizzate e finanziate da Patarkatsishvili. Il denaro di Patarkatsishvili proveniva interamente dalla Russia. Il Servizio di Sicurezza dello Stato probabilmente conserva una lettera che l’U.S. Federal Bureau of Investigation ha inviato nell’autunno del 2007, verso ottobre, dicendo che i boss del crimine Usoyan e diversi boss del crimine georgiano erano arrivati a Yerevan per organizzare dei disordini nella capitale georgiana. Questa dell’FBI era lettera di avvertimento. Nell’ottobre 2007, Tbilisi ha ospitato una conferenza storica. Il segretario generale della NATO, diversi ministri degli Esteri, l’ambasciatore degli Stati Uniti alla NATO e il vicesegretario di Stato sono arrivati per la conferenza, che è durata alcuni giorni e ha avuto grande risonanza mediatica. È stato praticamente deciso che la Georgia avrebbe ricevuto il MAP. I visitatori sono rimasti molto impressionati dal Paese alla partenza. Non appena sono partiti, se non sbaglio, il 30 ottobre, si è tenuta questa grande manifestazione a Tbilisi il 2 novembre.

Non credo che tutti quelli che sono scesi in piazza abbiano ballato al ritmo della Russia o fossero a conoscenza dei piani di Patarkatsishvili. Ma questo era comunque un momento difficile, perché avevamo intrapreso dure riforme, che hanno reso decine di migliaia di poliziotti senza lavoro. Molte persone non potevano abituarsi alla nuova. L’inflazione allora non era così alta come adesso, ma ancora abbastanza alta. In effetti il tasso di sviluppo economico era più alto di adesso, ma mentre alcune persone guadagnavano di più, altre erano diventate più povere. Quindi, alcune persone avevano ragioni oggettive per essere arrabbiate con noi. Quindi c’è stata davvero una grande manifestazione, e l’abbiamo ricevuta come un segnale. Patarkatsishvili è arrivato alla manifestazione e ha fatto un discorso che ha chiarito tutto, sul perché e sul come la manifestazione è stata organizzata.

Poi le manifestazioni di protesta sono continuate. La mattina sono stato svegliato e mi è stato detto che la polizia stava avendo uno scontro con i manifestanti, che poi si è trasformato in qualcosa come quello che è successo oggi fuori dal tribunale. Stavo guardando questo alla televisione, non avevo dato alcuna istruzione e loro stavano svolgendo i loro compiti per come li comprendevano in base all’esperienza che avevano allora nella nostra polizia, che allora era molto giovane e inesperta.

Dio ci ha salvati perché nessuno è morto durante gli scontri e solo una persona è stata ferita gravemente. Questo succede in molti paesi, e nessuno pensa nemmeno a lanciare un caso su questo, tranne degli specifici fissati. In seguito a questi eventi ho fatto quello che pochissimi leader hanno fatto nel mondo. Mi sono dimesso, ho ridotto il mio mandato presidenziale di un anno e mezzo e ho partecipato alle nuove elezioni presidenziali, che ho vinto con difficoltà; per ricevere un nuovo mandato dal popolo georgiano. Perché l’ho fatto? Per sventare i piani della Russia, in modo che queste manifestazioni e raduni non ostacolassero la nostra integrazione nella NATO. Poi, nel febbraio, Bush mi ha invitato e mi ha detto che avevo fatto qualcosa di grande, e quello che ho fatto, le mie dimissioni, erano il motivo per cui mi stava sostenendo, perché non ero aggrappato al potere. Il popolo georgiano ha emesso il verdetto su questo caso.

Ora voglio passare a quello che è successo dopo il mio arrivo. Ho dovuto attraversare un sentiero pieno di spine per arrivare in Georgia… Sapevo che sarei stato arrestato, e l’unica questione era se sarei stato detenuto il terzo giorno, il quarto giorno, o dopo. Non ho nemmeno cercato di nascondermi, come tutti sanno bene, ma è successo quello che mi hanno detto i deputati al Parlamento europeo prima della mia partenza per la Georgia; mi hanno chiesto se pensavo che sarei stato torturato dopo il mio arrivo in Georgia. Avevo risposto che non avrebbero osato, che chi tortura nel XXI secolo? Durante i miei incontri al Senato degli Stati Uniti, uno dei senatori mi disse che avevano paura per la mia sicurezza personale, per quello che avrebbero potuto farmi in prigione. Ho risposto che nella nostra prigione, nel XXI secolo, nessuno avrebbe osato fare nulla. In seguito alla prigione di Rustavi n.12, mi hanno subito detto che non mi era permesso telefonare a causa di uno di questi capi d’imputazione inventati; hanno sigillato la finestra e fatto una scenata perché ho salutato alcune decine di persone che erano arrivate fuori dalla finestra del bagno. Ora almeno la gente può vedermi in faccia da questo vetro, perché altrimenti ciò non sarebbe stato permesso da altri posti.

Dopo questo ho fatto uno sciopero della fame, e all’inizio non permettevano ai miei medici di visitarmi, solo ai medici dello stabilimento. Poi, in seguito alle pressioni del pubblico, è stato istituito un consiglio di medici di Stato, che ha raccomandato di trasferirmi in una clinica civile polivalente come misura preventiva, poiché stavo peggiorando in diversi modi. In seguito, la situazione è continuata, poiché non hanno permesso ai miei avvocati, hanno impedito la visita del difensore pubblico ucraino; a volte non mi hanno permesso di incontrare il mio confessore. Tutto questo è stato registrato e trasmesso all’istanza competente.

In seguito, avevo programmato un incontro con mia madre e i miei due figli, così come con il consiglio medico di Stato. Loro mi hanno sempre detto che o il consiglio era occupato, o la mia famiglia non era in grado di farmi visita. Mi hanno semplicemente mentito, e poi il capo del penitenziario è venuto nella mia cella per dirmi che la mia richiesta era stata soddisfatta, e che sarei stato trasferito in una clinica civile polivalente. Quando ho chiesto dove fosse questa clinica, la persona mi ha rassicurato che era da qualche parte a Tbilisi ed era un buon ospedale. Ho detto alla persona che desideravo sapere dove fosse, ma la persona ha detto che non poteva dirmelo per motivi di sicurezza, ma mi ha rassicurato che era esattamente quello che volevo. Non mi ero ancora abituato a tale tradimento, mi dissero di fare i bagagli in fretta e che il resto delle mie cose sarebbero state mandate là. Mi portarono, come si sa, all’ospedale della prigione di Gldani, dove i prigionieri sapevano in anticipo che stavo arrivando: infatti la porta dell’ambulanza non era ancora stata aperta, che appena entrati nel cortile cominciò un forte e continuo frastuono e le grida del mio nome. Nessuno sapeva che sarei stato portato lì, tutti pensavano che sarei stato portato all’ospedale militare di Gori, ma loro in qualche modo lo sapevano.

Poi la porta si è aperta. Ho detto loro che nessuno aveva il diritto di trasferirmi in una struttura medica senza il mio permesso, come da codice di detenzione, e loro hanno risposto che mi ci avrebbero portato comunque. In quel momento potevo anche sentire il continuo flusso di rumori, parolacce, insulti a mia madre. Quando ho detto che non sarei sceso dall’auto, che credevo che fosse illegale e che chiedevo di essere riportato indietro, poiché la clinica Gldani, secondo tutte le informazioni che avevamo, non soddisfaceva alcun requisito, oltre al fatto che c’erano dei criminali che potevano terrorizzarmi moralmente, loro mi hanno trascinato fuori dall’auto con la forza. Quando cercai di liberarmi dalla loro presa, mi colpirono ai piedi, alle mani, ci fu un tentativo di soffocarmi e al collo. Mi tolsero le scarpe, mi tolsero e strapparono i vestiti che indossavo e mi lasciarono al reparto nudo, insultandomi e picchiandomi lungo la strada. Lì il loro primo tentativo è stato quello di prendere i miei campioni senza il mio permesso e ho avuto una reazione adeguata.

Questo non era nemmeno un reparto, era semplicemente una cella, che aveva un letto. Non c’era nemmeno un campanello da suonare in caso di bisogno, per esempio in caso di perdita di coscienza. Durante i giorni sentivo costantemente gridare insulti, minacce e tutto questo era organizzato dall’amministrazione. Come facciamo a saperlo? Facile, Lomjaria è entrata completamente coperta in modo che nessuno potesse riconoscerla, nemmeno io potevo riconoscerla, ma quando è entrata nella struttura i detenuti le hanno gridato contro e l’hanno insultata. L’amministrazione della prigione ha detto in anticipo ai detenuti che “questo è Gvaramia, questa è Lomjaria e ora dovete gridare”. O per esempio, come facevano i detenuti a sapere quando andavo nella stanza dei visitatori? Per esempio mi stavo incontrando con Khatia e da fuori potevamo sentire i nostri nomi e le grida. Questi erano casi di tortura e di trattamento inumano organizzati e orchestrati dall’amministrazione della prigione, e le organizzazioni internazionali e il centro Empathy hanno già preso nota. Sono sicuro che sono anche inclusi nel rapporto del difensore pubblico. Questi casi di tortura e trattamento inumano erano contro colui che ha creato lo Stato georgiano. Cosa importa, anche se non era Saakashvili ed era Kibrotsashvili? Dopo questo, che diritto ha qualcuno delle forze dell’ordine di alzare la voce?

Dopo questo, quando ricevetti le cure d’urgenza, e quando non avevano specialisti multiprofessionisti, fui fortunato a perdere la coscienza in presenza dei miei avvocati, e fui fortunato che quando quella mattina la dottoressa a capo del campo di concentramento mi guardò e considerò che stavo morendo e non volle che allora le persone che avevano organizzato il mio assassinio… e questo fu assolutamente un atto omicida deliberato, perché tutti i miei parametri erano sotto il livello vitale, il mio piede era gonfio, praticamente non potevo nemmeno camminare né pensare, e quando questa donna vide che stavo morendo, chiamò urgentemente il capo del dipartimento medico Tamta Demurishvili e Guliko Kiliptari, poiché il mio medico personale non era ammesso dentro la clinica della prigione. Quest’ultimo è un rianimatore dell’ospedale repubblicano. Queste sono state le circostanze in cui Guliko Kiliptari mi ha salvato la vita perché avevo perso conoscenza per circa 20 minuti, che è un tempo molto lungo. Gli specialisti sanno che durante questo tempo si può soffrire di ictus ischemico, che il cuore potrebbe fermarsi, qualsiasi cosa… Ricordo molto bene che Guliko mi schiaffeggiava sulla guancia e mi diceva di non morire. Sono grato a questa nobile donna.

Dopo di che, invece di accettare la raccomandazione di trasferirmi in una clinica polivalente, il Ministero della Giustizia ha dichiarato che le mie condizioni erano normali, erano solo leggermente peggiorate e che i loro specialisti mi avrebbero visitato, preso dei campioni e deciso se dovevo essere trasferito o no. Aspettavano un po’ di tempo, il tempo che io morissi… Capisco di cosa si trattasse. In seguito uno dei medici della struttura è venuto a visitarmi.

Molta gente è scesa in strada ed è così che la mia vita è stata salvata con la mobilitazione del pubblico.

Stava avvenendo un’uccisione intenzionale. Non parlerò nemmeno della diffusione dei miei filmati, del costante appello a rendere più severo il mio sciopero della fame espresso dai più alti funzionari, della gentile offerta che avevo il diritto al suicidio, delle domande se fossi sopravvissuto fino al 41esimo giorno, delle scommesse se sarei vissuto 45 giorni o 49, fatte da vari politici. E’ stato vergognoso che il Primo Ministro abbia contato i barattoli di miele, che in sostanza ha dichiarato che il governo stava guardando cosa avrei fatto al mercato della prigione. Cose del genere non sono successe in nessun Paese africano da molto tempo. Una cosa del genere potrebbe accadere solo in un Paese inumano e selvaggio. Cose del genere non accadono nemmeno in Russia, tra l’altro, che voi adorate, o in Bielorussia. Alcune regole esistono ancora. Se non fosse stato per il difensore pubblico Nino Lomjaria non sarei qui oggi.

Se non fosse stato per il coraggio di Nino Lomjaria e lo scrupolo dei membri della sua commissione, io non sarei qui davanti a voi, vivo; perché lei essenzialmente, insieme al centro Empathy e soprattutto alla gente che è scesa in strada, ha salvato non solo la mia vita ma quella di Elene Khoshtaria e di altre persone in sciopero della fame, a cui sono grato. Sono grato anche a Nika Melia, che non ha ceduto a una provocazione che si stava preparando sul mio soggiorno a Gldani. L’organizzatore probabilmente voleva questo – uccidermi e dall’altra parte neutralizzare tutto. Un enorme grazie al Movimento Nazionale Unito, che ha dimostrato efficienza nella lotta, ma anche moderazione, e ad ogni altra persona.

A proposito, visto che stiamo parlando di tortura, mi ricordo cosa mi diceva Lech Kaczyński. La sua più stretta alleata Anna Fotyga non ha potuto farmi visita ed è stata umiliata pubblicamente. Lei è una devota patriota della Georgia, ex capo della sua amministrazione e ministro degli esteri. Ma Lech Kaczyński mi diceva che la differenza con l’Europa era che quando non sarebbe più stato Presidente in Europa, avrebbe ricevuto una pensione speciale e tutti lo avrebbero trattato bene, mentre nel mondo asiatico e russo si poteva essere uccisi. All’epoca pensai che stesse esagerando.

Si è scoperto che quell’uomo era ben consapevole di tutto, sapeva come funziona il mondo russo.

Ho raccontato i miei successi, ma ho fatto degli errori? Ne ho fatti più che abbastanza: molti errori di cui mi pento amaramente. Prima di tutto, il mio errore è stato il tribunale. Ricordo bene, per esempio, le mie discussioni con Nika Rurua nel 2011, quando Nika mi diceva che se non avessimo fatto in modo che i tribunali fossero completamente indipendenti, e se la gente non avesse avuto la percezione di poter trovare giustizia, tutto quello che avevamo fatto sarebbe stato sprecato. Nika non è più in vita, ma si potrebbe pensare che abbia indovinato tutto. Così, l’errore di non aver potuto stabilire una magistratura indipendente ha colpito molti dei miei compatrioti, così come me. Mi scuso con tutti coloro che ne sono stati colpiti, così come con tutti gli altri, per altri errori che vi hanno inavvertitamente colpito. Mi scuso ancora, ma gli errori e le trasgressioni sono una cosa e il crimine un’altra. Io sono Mikheil Saakashvili e la Georgia non ha avuto un Presidente criminale.

Voglio che ogni georgiano lo sappia. Il fondatore dello stato georgiano non poteva essere un criminale, perché i criminali non fondano gli stati, ma li distruggono e voi siete testimoni di un classico esempio di questo, poiché la Georgia è caduta nelle mani dei banditi.

Naturalmente, avevo fretta di sviluppare la Georgia e chiunque abbia fretta commette degli errori. Sapevo che avevamo poco tempo, sapevo che molte cose dovevano essere fatte.

Però, parlavo con il mio medico, che ha potuto arrivare da un villaggio e iscriversi all’università di medicina, solo grazie al fatto che c’erano gli esami nazionali. Altrimenti, non c’erano possibilità di iscriversi, e quando venivano a Tbilisi la gente li interrogava se sapevano quanto sarebbe costato iscriversi. Il mio medico è arrivato, ha creduto in me e si è iscritto. Il programma di insegnanti americani, molti dei giovani sanno parlare inglese, perché portavamo più di 2.500 insegnanti all’anno. Non solo mio figlio, o quello di Ivanishvili potevano studiare, ma qualsiasi georgiano, dal villaggio di Lesichini a Khulo e Zemo e Kveda Machkhaani. Questo era il mio concetto.

Oggi che veniamo trascinati verso la Russia, voglio solo ricordare al pubblico la differenza tra il mondo russo e quello occidentale. Non è quello che vi dicono. Non avrei mai potuto immaginare che un partito pro-Putin venisse apertamente registrato. Non solo si è registrato, ma ha anche trasmesso. La Russia è un Paese dove la violenza e la schiavitù sono lo stile di vita. In Occidente, le persone sono selezionate in base ai loro talenti e capacità e il nepotismo è irrilevante. Sono arrivato negli Stati Uniti come studente ordinario, con Sandra. Eravamo molto poveri. In tre anni avevamo entrambi ottimi lavori e infinite prospettive. Anche allora ho messo da parte queste prospettive e sono arrivato in una Georgia affamata e miserabile. Questo è l’Occidente. L’Occidente ti dà una possibilità. In Occidente non ci sono clan. La Russia è governata dai clan. Questo è il sistema che ci hanno imposto in Georgia, e vogliono che ci conformiamo.

Ora ci dicono che la società è polarizzata, divisa in due parti, il che è una stupidaggine assoluta. Questa è un’illusione creata dai bot… e con manipolazioni internet e canali speciali. La maggioranza assoluta del pubblico georgiano è più unita che mai e si è stabilita sulla sua decisione, ora più che mai. Alcune di queste persone, in povertà, sono fuggite e altre sono state unite da questa povertà, dalla sfortuna e dall’estrema mancanza di speranza; e noi non permetteremo a nessuno di uccidere questa speranza, ecco perché sono qui, per non permettere che questa speranza si spenga e invece riaccenderla.

Gente, non abbiate paura.
Queste persone hanno mandato in onda il filmato della mia tortura, che serve come verdetto sul loro misfatto, deliberatamente. Proprio come hanno ucciso Ia Kerzaia, come hanno ucciso Nugzar Putkaradze, hanno trascinato Lekso Rapava nella stazione di polizia picchiato e con i vestiti strappati, in modo da non farvi osare. Questo è esattamente il motivo per cui ora stanno acquistando quello, perché si stanno preparando per una guerra contro il loro stesso popolo.

Ma siamo tanti, siamo in gran numero e la mia vita appartiene alla Georgia. In questo caso, sono pronto a sacrificarmi di nuovo. Così come ero pronto a morire nella prigione di Gldani, sono pronto a morire in qualsiasi altro posto se la Georgia ne ha bisogno; e se la Georgia ne ha bisogno, voglio che la mia gente sappia che non dovete abbassare le mani, perché siete molti e molto forti.

Ricordate il 14 ottobre, non sono stato salvato dagli stranieri e dalla Lomjaria allora, il popolo mi ha salvato scendendo in strada. Il popolo è una forza enorme e l’idea di una spaccatura è solo un’illusione… Un funzionario di Batumi, che aveva uno stipendio di 2.500 GEL, Dzneladze Rostomi, se non mi sbaglio, ha lasciato il lavoro. Molti poliziotti lasciarono il lavoro quando Lekso Rapava fu ingiustamente represso. Nugzar Putkaradze, un vero eroe, non si è venduto. Accettare i 100.000 dollari gli avrebbe fatto male? Ma non si è venduto e questo è ciò di cui sono orgoglioso più di tutto.

Quindi, dobbiamo tutti dire a noi stessi: questa terra è nostra.

Non dobbiamo chiedere ai politici, o a Misha di tornare, dicendo che se Misha non arriva, niente ci aiuterà. Sono qui, sono arrivato e ho messo la mia vita nelle vostre mani. Se alcuni politici non ci danno un piano, niente può salvarci… Ogni persona non ha solo il diritto di agire, ma l’obbligo di farlo, e io sono arrivato qui in un momento in cui mezzo milione di persone stanno scappando dal Paese. Inoltre, ci sono persone che chiedono la carta verde americana e così via… Vorrei dirvi che sono andato contro corrente. Zviad Gamsakhurdia diceva che solo i pesci morti seguono la corrente. Non voglio essere un pesce morto, e nessuno di noi dovrebbe essere un pesce morto.

Quindi, agire.

Vorrei anche chiedere a tutti di creare dei comitati per salvare Saakashvili dalla prigionia di Putin nei loro cortili, proprietà, villaggi. Perché, perché io vi aiuti, non starò seduto circondato da guardiani, a fissare questo spazio chiuso. Sapete che ho l’energia e la capacità di aiutarvi.

Voglio ringraziarvi, e a proposito, prima di esprimere questa gratitudine, vorrei ricordarvi come è successo. Hanno detto che hanno avviato dei procedimenti penali perché ero coinvolto in politica. Vorrei ricordarvi che quando hanno lanciato queste indagini penali io non ero coinvolto nella politica georgiana, in quale politica ero coinvolto? Sono stato nominato come governatore di Odessa, come governatore della più grande Oblast, che ha una popolazione di tre milioni di persone ed è uno dei luoghi più strategici per la Russia. Questo ha infastidito Putin. Potrebbe essere stato un caso che Putin abbia incaricato di avviare il caso perché ero coinvolto nella politica? Potrebbe essere stata una coincidenza che il caso penale sia stato avviato solo un mese dopo la mia nomina a governatore di Odessa? Di quale altra conferma avete bisogno? Ora Garibashvili dice che hanno avviato il procedimento perché ero coinvolto in politica. In effetti, ero coinvolto in politica, ma nella politica ucraina, ricoprendo la più alta posizione nell’oblast, il che ha causato il dispiacere di Putin.

Stanno vendendo la Georgia, l’hanno già venduta, alla Russia, e quelli che sono obbligati a riprendersela sono le stesse persone hanno 2 milioni di GEL di debiti con le banche e non possono pagarli ogni cinque o sei settimane. È responsabilità del mio popolo georgiano, povero ma non abbattuto come avrebbe voluto. Abbiamo visto il 14 ottobre che nessuno si lascia intimidire.

Vorrei rivolgermi a voi, mio bel popolo: tutti sanno che non dovrei essere imprigionato. Tutti sanno che queste accuse sono inventate. Com’è possibile che io abbia viaggiato in molti Paesi del mondo, che il Procuratore generale dei Paesi Bassi mi abbia invitato quattro volte a tenere delle conferenze per l’Ufficio del Procuratore del Paese più giusto d’Europa, e come mai l’unico Paese che riconosce le accuse mosse contro di me, oltre a queste persone inutili, è la Russia.

Certo, io sono il prigioniero personale di Putin, e vorrei dire al popolo georgiano: non abbassate le mani, non fermatevi, perché abbiamo la nostra patria da salvare. Tutti devono mobilitarsi, tutti devono essere pacifici e organizzati, ma anche devotamente altruisti. Non mi sono forse sacrificato? Non si è sacrificata Elene Khoshtaria? Nika Melia non si è sacrificato quando è entrato nella prigione di sua volontà? Non si è sacrificato Lekso Rapava? Non ci si può ritirare ora! Questo regime deve necessariamente essere liberato! La Georgia deve essere liberata!

Grazie, mio popolo georgiano, per avermi accolto, per avermi sostenuto e per aver combattuto!

Sconfiggeremo sicuramente, sicuramente, sicuramente questo orrore e saremo sicuramente liberi, orgogliosi e di grande successo. Ne sono assolutamente convinto.

Che Dio e San Giorgio ci aiutino. Gaumarjos alla Georgia, alla Libertà!

Pubblicato il

Speciale Georgia: l’arresto di Saakashvili. SpazioPolitico intervista Claudia Palazzo.

Il 2 ottobre, l’ex Presidente georgiano Mikheil Saakashvili è tornato in patria, pur rischiando – e ottenendo – l’incarcerazione. Di cosa è accusato Saakashvili? Qual è la situazione in Georgia? Quali le ripercussioni geopolitiche della vicenda? Il dottor Riccardo Paradisi di SpazioPolitico intervista Claudia Palazzo, direttrice del CSIG – Centro Studi Italo-georgiani. L’intervista è stata trasmessa originariamente su Twitch il 15 novembre 2021.

SpazioPolitico: https://spazio-politico.com/

Canale Twitch: https://www.twitch.tv/videos/1206483023