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European University Institute RESEARCH Grants 2021-2022

We receive and repost the European University Institute and the International Visegrad Fund offer for reasearch grants 2021-2022.

The grant programme is intended for post-graduate scholars from Central and Eastern Europe interested in European integration, to conduct research at the Historical Archives of the European Union (EUI).

Ten research grants of an amount of EUR 5,000 each are available in 2021-2022.

Check the call here.

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A scuola di difesa ibrida: la Hybrid Defense Academy

Militari di rango e diplomatici tornano sui banchi di scuola.

Tutti hanno sentito parlare di “guerra ibrida”. Ma cosa essa sia, questo pochi lo sanno. I molteplici tentativi di teorizzazione accademica non sono riusciti a produrre un paradigma unitario, né alcuna versione in grado di contenere e sussumere tutte le altre.

Altro è il discorso sul piano operativo. Nell’immediatezza dell’azione, la prassi della “guerra ibrida” salta all’occhio immediatamente, e la costruzione di una risposta attiva a questo genere di minaccia è stata questione di poco – in senso relativo – tempo.

Allo stato attuale, in area Euro-Atlantica, il costrutto di “guerra ibrida” viene applicato specialmente al confronto con la Russia, e al suo modo di operare sia nel suo vicinato, sia, persino, oltreoceano.

Benché gli aficionados di certi studi strategici in stile Guerra Fredda fossero già più che familiari con ragionamenti analoghi, è a partire dal 2014 che il concetto di «guerra ibrida» comincia a circolare, riferito alle vicende ucraine.

Da quel momento in poi, teoria e prassi si sono mescolate in un corpus composito e di fortuna alterna. Se la questione della teorizzazione accademica può sembrare oziosa, i risvolti pratici di una comprensione uniforme della «guerra ibrida» possono risultare direttamente nientemeno che nel binomio successo/insuccesso. Insomma, in un organismo di vocazione operativa ma al contempo composito e democratico come la NATO, la percezione della minaccia e il conseguente decision-making rischiano di minare alla base l’efficacia del Patto Atlantico stesso.

Paesi operativamente vicini come i Baltici, parte dei Visegrad, l’Ucraina, la Georgia, hanno conosciuto sulla propria pelle il modus operandi ibrido, e necessitano di poche spiegazioni. Altri Paesi NATO, il “fronte meridionale”, l’Europa Occidentale, non sono invece stati esposti agli aspetti più tangibili di questa forma di conflitto, e dunque, non lo individuano come minaccia.

La conseguenza di questa sperequazione di percezione, crea un muro di incomunicabilità fra gli Alleati stessi, rischiando di rendere il processo di decision-making caotico, indeciso, e inefficace.

Questa considerazione dovrebbe essere sufficiente a chiarificare la necessità di una comprensione unitaria del fenomeno, ma se ciò non bastasse val la pena di ricordare la storia stessa del concetto.

Quando esso venne enunciato originariamente nella sua forma attuale, era di Africa che si parlava, e non di Europa dell’Est.

E colui che viene considerato in senso spurio il suo teorizzatore attivo, non era invece che un osservatore passivo che enucleava gli elementi fondanti di ciò che riteneva essere il tipo di conflitto asimmetrico che potenze avverse stavano conducendo nel Maghreb. Si, il Maghreb, quello a pochi kilometri dalle coste italiane.

La guerra ibrida ha delle basi dottrinarie molto salde e sa tenersi al passo coi tempi. Ha una forte componente geografica. È una guerra totale, completa, che non lascia alcun aspetto al caso e non neglige di trasformare in arma qualsivoglia aspetto della società.

LA HYBRID DEFENSE ACADEMY

In merito, chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di partecipare al corso erogato dalla Hybrid Defense Academy, un istituto con sede in Florida, USA, che raccoglie fra i migliori esperti internazionali di “guerra ibrida”. Considerata la discrepanza fra la dimensione teorica e quella pratica, i docenti del corso provengono tutti dall’ambito operativo. In particolare, il corso è tenuto da due ex Ministri degli Esteri, un Generale dello US Army, due Ambasciatori, e due accademici.

Il corso inquadra il confronto fra potenze nei termini di guerra ibrida, ne approfondisce gli aspetti chiave ed è efficace nel fornire spunti di riflessione e una base di common knowledge che si delinea come vieppiù imprescindibile negli scenari di conflitto contemporanei.

La formazione della Hybrid Defense Academy è studiata specificamente per militari, diplomatici e altri professionisti del settore della difesa, ed è suddivisa in corsi introduttivi/generici e corsi di area specializzanti. I corsi sono a pagamento.

Il direttore dell’Accademia, Mark Voyger, ha lunga esperienza sul campo, ed è stato, fra le altre cariche, special advisor dello US Army Europe per la Russia. Attivo con il circolo di The Tactical Network nel campo del training militare e della consultancy, è senior analyst in uno dei più rinomati think-tank di Washington.

Per ulteriori informazioni scrivere a: voyger@thetacticalnet.com

A seguire il programma del Senior Executive Course con docenti e tematiche.

Russia’s Hybrid Challenges to European Security and NATO’s Evolving Proactive Strategy, LTG (ret.) Ben Hodges, Pershing Chair, CEPA; Commander USAREUR (2012 – 2014)/NATO LANDCOM (2014 -2018);

– The EU Relations with Russia, and Hybrid Challenges to the Baltic States, Vygaudas Usackas, Board Member, Avia Solutions; EU Ambassador to Russia (2013 -2017), EU Representative to Afghanistan (2010 – 2013), Minister of Foreign Affairs of Lithuania (2008-2010);

Russia’s Hybrid Influence in Central Europe: Energy and Populism, Dr. Reka Szemerkenyi, Senior Fellow, CEPA; Ambassador of Hungary to the USA (2015-2017);

Russia’s Hybrid Aggression Against Ukraine: Lessons for NATO and the West, Dr. Oksana Syroid, Leader of Samopimich Party, Ukraine; Deputy Speaker of the Ukrainian Parliament (2014-2019);

Russia’s Hybrid Penetration of the Balkans: EU/NATO Challenges and Responses, Daniel Mitov, Minister of Foreign Affairs of Bulgaria (2014 – 2017);

The Caucasus: Between NATO/EU Integration and Russia’s Hybrid Pressure, Shota Gvineria, Ambassador of Georgia to the Netherlands (2010 -2014);

Russia and the Right-Wing Radicalization in the West as an Instrument of Hybrid Warfare, Dr. Anton Shehovtsov, University of Vienna; Senior Fellow, Free Russia Foundation; Author of “Russia and the Western Far Right: Tango Noir”;

“Hybrid Containment”: Responding to Russia’s Information Warfare and Destabilization Campaigns, Brian Whitmore, Senior Fellow, CEPA; University of Texas;

Hybrid Warfare in Russia’s Grand Strategy: Foreign and Security Policy Overview; Russian Lawfare and the Weaponization of the Law: Challenges and Western Responses; Mark Voyger, Founder and President, The Hybrid Defense Academy; Senior Fellow, CEPA.

Claudia Palazzo

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Nagorno-Karabakh: la guerra è finita

In seguito alla presa di Shusha, firmato il cessate il fuoco permanente, ma sono molte le incertezze.

“Chi controlla Shusha, controlla il Karabakh”. E quarantatré giorni dopo l’inizio del conflitto, l’esercito dell’Azerbaijan era lì, nella capitale culturale del Nagorno-Karabakh, a pochi kilometri dal capoluogo Stepanakert. L’annuncio della presa di Shusha è stato dato la mattina dell’8 novembre, ed è stato accolto da un Azerbaijan in festa. Ma le smentite armene hanno lasciato il mondo col fiato sospeso: non c’è nessuna prova a sostegno dell’affermazione di Aliyev, dicevano gli armeni, nessuna foto, nessun video. Il giorno dopo sarebbe stata la festa della bandiera, in Azerbaijan, e quale miglior modo di celebrarla, che mostrando il vessillo issato sventolare su Shusha? Che si sia trattato di un coup de theatre studiato, o che gli armeni abbiano resistito combattendo fino allo stremo, al 9 novembre, la sera, era finita. Il Primo ministro armeno Pashiniyan aveva dichiarato la resa, firmato un accordo trilaterale con l’Azerbaijan orchestrato dalla Russia. Una nota sulle negoziazioni: alle 17.30 di Mosca, un Mi-24 russo viene abbattuto accidentalmente dal Nakhichevan mentre sorvola lo spazio aereo armeno. Aliyev si scusa e si offre di pagare i danni, ma il portavoce russo Peskov ci tiene a sottolineare che i negoziati erano in corso già da molto prima che il velivolo venisse abbattuto.

Alle 23 di Roma, in una Baku nuovamente in festa, si percepisce un’esplosione, forse un ultimo iskander, l’addio alle armi lanciato da un ultimo guerrigliero che rifiuta di obbedire al Badoglio di turno. Poi le armi tacciono davvero.

Mentre a Baku svanisce l’ultima preoccupazione, gli armeni si riversano per le strade di Yerevan, assaltano il proprio parlamento e massacrano di botte lo speaker della Camera Ararat Mirzoyan, ancora in prognosi riservata. Ma è Pashinyan che vogliono. Si avventano sulla residenza del Primo ministro, ma lui non è in casa. È a Sochi – secondo fonti non ufficiali, naturalmente – e sarebbe andato lì prima di firmare, ad ogni buon conto.

Questi gli avvenimenti rocamboleschi susseguitisi laggiù, nel Caucaso del sud, proprio dopo una settimana in cui si era parlato di “stallo”, in cui le vittorie militari dichiarate a cascata dall’Azerbaijan venivano messe in dubbio, e in cui si credeva che a “ricongelare” il conflitto ci avrebbe pensato, letteralmente, il Generale Inverno. Ma gli animi infuocati non sentono il freddo, e non lo sentono neanche gli armamenti di ultima generazione, non lo sentono i generali, non lo sentono i politici e i diplomatici negli edifici riscaldati delle capitali.

Fermiamoci un momento a pregare per i morti – non sappiamo quanti, non ci sono numeri ufficiali, probabilmente oltre i 5000. I loro corpi saranno restituiti alle famiglie, come da punto 8 della “Dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan, Primo ministro della Repubblica d’Armenia e Presidente della Federazione Russa”. Forse l’unico punto fermo nell’epilogo di una storia durata fin troppo: questi morti non torneranno in vita.

La dichiarazione di cessate il fuoco

Una pagina, nove punti per porre fine a uno stallo durato trent’anni. Verranno tenute le posizioni quali alla mezzanotte del 10 novembre, cessazione delle ostilità. Cioè l’Azerbaijan riterrà quanto riconquistato fino a quel momento, cioè l’area sud (Jabrail; Fuzuli; Hadrut); Shusha, naturalmente; a nord Talysh. Saranno restituti all’Azerbaijan i territori extra-NK occupati e non ancora riconquistati militarmente (Agdam a est; Kelbajar e Lachin – escluso il corridoio – alle spalle del NK). Le forze armene si dovranno ritirare contestualmente all’ingresso e posizionamento delle forze russe (1960 uomini), il tutto dovrà avvenire molto velocemente. IDPs e rifugiati ritorneranno in Karabakh sotto la supervisione dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Scambio dei prigionieri, e delle spoglie dei caduti. Verrà stabilito un “peacemaking centre” e saranno aperti corridoi: una nuova strada per connettere il Karabakh all’Armenia bypassando Shusha, e un imbuto fra l’Azerbaijan e l’exclave del Nakhichevan.


La mappa dal 10 novembre 2020. Fonte: RFE/RL.

Tutto qua. Molto resta non detto, in questa dichiarazione. Quale sarà lo status del Nagorno-Karabakh? Come sarà composto il “peacemaking center”, e specificamente, che ruolo avrà la Turchia? Come e dove sarà ritagliato questo corridoio fra Azerbaijan e Nakhichevan? Come verrà costruita in un territorio così impervio il “corridoio di Lachin alternativo”? Qual è esattamente la “linea di contatto” lungo la quale le forze russe, da dichiarazione, saranno poste, oltre che lungo il corridoio di Lachin e l’FSB a supervisionare l’imbuto sud Az-Nakhichevan?

Tutto ciò che non è fissato su carta, è ovviamente soggetto a interpretazione. E l’interpretazione che prevale è quella sostenuta dalla parte più forte. In un contesto dinamico com’è ancora quello del Caucaso del sud è impossibile prevedere quale visione prevarrà. Infatti, i fattori in movimento sono: la situazione interna all’Armenia, l’imprevedibile comportamento dei russi, il fattore turco.

Attori dinamici e scenari possibili

Cominciamo dall’Armenia. La sconfitta subita è stata bruciante. Pashinyan ha perso la faccia di fronte al suo popolo, che rimane mobilitato e non ha affatto seppellito l’ascia di guerra. Arresti fra le fila dell’opposizione armena sono stati effettuati nella giornata di ieri, mentre l’assenza di un’alternativa chiara al governo di Pashinyan sta facendo chiudere i ranghi del governo attorno al debole leader. Il minsitro della difesa si è espresso in favore della decisione di Pashinyan di firmare, lo stesso leader dell’Artsakh Harutyunian ha giustificato la scelta, dicendo che i soldati erano fiaccati e continuare la guerra avrebbe condotto a una tragedia. Ma i leader precedenti, Kocharyan (arrestato per abuso di potere e scarcerato quest’estate) e Sarghsyan (cacciato via dalla “rivoluzione di velluto”), nonostante tutto non si sono macchiati della colpa più grave agli occhi degli armeni, la resa, e sono in circolazione. Se il ricordo della “rivoluzione di velluto” è troppo fresco per portare a una completa riabilitazione di Sargsyan, Kocharyan, anch’egli karabakho, e veterano, è un oligarca legato a Mosca, e potrebbe incarnare perfettamente lo spirito revanscista che scorre per le strade di Yerevan, così come potrebbe essere quell’uomo di Mosca che Pashynian non è stato, e che per questo è stato inviso al Kremlino.

Uno sviluppo in questa direzione della politica armena, costituirebbe la vittoria totale per la Russia.

Il Kremlino ha giocato in maniera eccelsa la sua partita a scacchi nel conflitto, dove è arrivata solo alla fine, e per fare scacco matto senza aver perso neppure un pedone. La Russia ha ottenuto la presenza nella regione, ma non sono solo i 2000 uomini in più che avrà giù nel Caucaso a rendere questo cessate il fuoco una vittoria per Mosca. Se è vero che, come molti analisti hanno sottolineato, da un certo punto di vista ciò comporta una grossa responsabilità nel difficile Caucaso, e dunque un ulteriore grattacapo, d’altro canto la Russia si trova così non solo a esercitare il totale controllo su un’Armenia ancor più isolata e dipendente di prima, ma anche a tenere sott’occhio l’Azerbaijan, col quale però non ha motivo di entrare in diretto contrasto, al momento. É dunque possibile ipotizzare che non sarà Mosca a fare il primo passo per scompaginare quanto stabilito con il cessate il fuoco. Così come la Russia è arrivata a fine partita e soltanto per firmare, anche adesso attenderà che la pietanza si cuocia da sola, e che l’Armenia faccia quel passo che potrebbe di nuovo far precipitare la situazione verso uno scontro.

E qui entra in gioco la Turchia. Turchia che abbiamo visto interagire con Mosca in altri scenari, Turchia potenza della NATO, Turchia che ha coadiuvato l’Azerbaijan belligerante. La Turchia, il cui bilanciamento diplomatico nei confronti della Russia è stato fondamentale per sbloccare la situazione. La Turchia il cui leader poco amato a Occidente fa dimenticare a una politica estera comune (?) gli interessi strategici. La Turchia, il cui allontanamento da un laicismo kemalista consente ai propagandisti di tirar fuori i miti obsoleti dello scontro di civiltà. La Turchia, gigante isolato, che potrebbe perdere il suo status. La Turchia, potenza regionale che si sa imporre. Per questo, parole come “neo-ottomanismo”, “panturchismo” e persino “terrorismo” sono termini che abbiamo ricominciato a sentire sempre più frequentemente riferite ad essa.

Il ruolo della Turchia in questo post-cessate il fuoco è anch’esso dipendente da altri fattori: quanto saremo in grado di abbandonare quel modello diplomatico wilsoniano dove a parlare di Caucaso siede qualcuno come Macron? Quanto saremo in grado di costruire una politica estera comune coerente, che decida quali obiettivi perseguire e quali porre invece in secondo piano? Riuscirà l’Europa a prendere posizione, a scegliere fra l’isolazionismo e l’impegno? Riuscirà l’Europa a dismettere i panni del paternalista col monocolo e il panciotto che vuol “metter bocca” senza “metter piede”, nel Caucaso?

E gli USA, quando le acque si saranno calmate, torneranno a interessarsi di Caucaso, oppure aree come il Mar Nero, il Mar Caspio, il “Grande Medioriente”, la politica energetica, rimarranno care solo a qualche vecchia volpe nei circoli militari?

La speranza di un nuovo corso

Non è possibile rispondere a queste domande, al momento. Di fronte all’avvenimento di grande portata storica al quale abbiamo appena assistito, possiamo però nutrire delle speranze. L’Armenia al bivio potrebbe cogliere una grande occasione per demilitarizzarsi, dismettere narrative tossiche e belliciste, provare a ripartire da adesso, senza la croce di uno stato di guerra permanente. Potrebbe provare a costruire la pace, curare l’economia, valorizzare le risorse, specialmente umane e culturali, che sono effettivamente in suo possesso. Potrebbe dare questo senso al dolore per i suoi caduti e prodigarsi attivamente perché questa tragedia non si riproponga.

La ferita dell’Azerbaijan è chiusa, i suoi territori sono stati reintegrati. Baku può festeggiare.

Di fronte a vincitori e vinti, però, se non si lavorerà attivamente per la pace, la guerra sarà finita, sì, ma il conflitto continuerà, e potrà riesplodere da un momento all’altro.

Claudia Palazzo

In seguito alla presa di Shusha, firmato il cessate il fuoco permanente, ma sono molte le incertezze.

“Chi controlla Shusha, controlla il Karabakh”. E quarantatré giorni dopo l’inizio del conflitto, l’esercito dell’Azerbaijan era lì, nella capitale culturale del Nagorno-Karabakh, a pochi kilometri dal capoluogo Stepanakert. L’annuncio della presa di Shusha è stato dato la mattina dell’8 novembre, ed è stato accolto da un Azerbaijan in festa. Ma le smentite armene hanno lasciato il mondo col fiato sospeso: non c’è nessuna prova a sostegno dell’affermazione di Aliyev, dicevano gli armeni, nessuna foto, nessun video. Il giorno dopo sarebbe stata la festa della bandiera, in Azerbaijan, e quale miglior modo di celebrarla, che mostrando il vessillo issato sventolare su Shusha? Che si sia trattato di un coup de theatre studiato, o che gli armeni abbiano resistito combattendo fino allo stremo, al 9 novembre, la sera, era finita. Il Primo ministro armeno Pashiniyan aveva dichiarato la resa, firmato un accordo trilaterale con l’Azerbaijan orchestrato dalla Russia. Una nota sulle negoziazioni: alle 17.30 di Mosca, un Mi-24 russo viene abbattuto accidentalmente dal Nakhichevan mentre sorvola lo spazio aereo armeno. Aliyev si scusa e si offre di pagare i danni, ma il portavoce russo Peskov ci tiene a sottolineare che i negoziati erano in corso già da molto prima che il velivolo venisse abbattuto.

Alle 23 di Roma, in una Baku nuovamente in festa, si percepisce un’esplosione, forse un ultimo iskander, l’addio alle armi lanciato da un ultimo guerrigliero che rifiuta di obbedire al Badoglio di turno. Poi le armi tacciono davvero.

Mentre a Baku svanisce l’ultima preoccupazione, gli armeni si riversano per le strade di Yerevan, assaltano il proprio parlamento e massacrano di botte lo speaker della Camera Ararat Mirzoyan, ancora in prognosi riservata. Ma è Pashinyan che vogliono. Si avventano sulla residenza del Primo ministro, ma lui non è in casa. È a Sochi – secondo fonti non ufficiali, naturalmente – e sarebbe andato lì prima di firmare, ad ogni buon conto.

Questi gli avvenimenti rocamboleschi susseguitisi laggiù, nel Caucaso del sud, proprio dopo una settimana in cui si era parlato di “stallo”, in cui le vittorie militari dichiarate a cascata dall’Azerbaijan venivano messe in dubbio, e in cui si credeva che a “ricongelare” il conflitto ci avrebbe pensato, letteralmente, il Generale Inverno. Ma gli animi infuocati non sentono il freddo, e non lo sentono neanche gli armamenti di ultima generazione, non lo sentono i generali, non lo sentono i politici e i diplomatici negli edifici riscaldati delle capitali.

Fermiamoci un momento a pregare per i morti – non sappiamo quanti, non ci sono numeri ufficiali, probabilmente oltre i 5000. I loro corpi saranno restituiti alle famiglie, come da punto 8 della “Dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan, Primo ministro della Repubblica d’Armenia e Presidente della Federazione Russa”. Forse l’unico punto fermo nell’epilogo di una storia durata fin troppo: questi morti non torneranno in vita.

La dichiarazione di cessate il fuoco

Una pagina, nove punti per porre fine a uno stallo durato trent’anni. Verranno tenute le posizioni quali alla mezzanotte del 10 novembre, cessazione delle ostilità. Cioè l’Azerbaijan riterrà quanto riconquistato fino a quel momento, cioè l’area sud (Jabrail; Fuzuli; Hadrut); Shusha, naturalmente; a nord Talysh. Saranno restituti all’Azerbaijan i territori extra-NK occupati e non ancora riconquistati militarmente (Agdam a est; Kelbajar e Lachin – escluso il corridoio – alle spalle del NK). Le forze armene si dovranno ritirare contestualmente all’ingresso e posizionamento delle forze russe (1960 uomini), il tutto dovrà avvenire molto velocemente. IDPs e rifugiati ritorneranno in Karabakh sotto la supervisione dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Scambio dei prigionieri, e delle spoglie dei caduti. Verrà stabilito un “peacemaking centre” e saranno aperti corridoi: una nuova strada per connettere il Karabakh all’Armenia bypassando Shusha, e un imbuto fra l’Azerbaijan e l’exclave del Nakhichevan.

La mappa al 10 novembre 2020. Fonte RFE/RL.

Tutto qua. Molto resta non detto, in questa dichiarazione. Quale sarà lo status del Nagorno-Karabakh? Come sarà composto il “peacemaking center”, e specificamente, che ruolo avrà la Turchia? Come e dove sarà ritagliato questo corridoio fra Azerbaijan e Nakhichevan? Come verrà costruita in un territorio così impervio il “corridoio di Lachin alternativo”? Qual è esattamente la “linea di contatto” lungo la quale le forze russe, da dichiarazione, saranno poste, oltre che lungo il corridoio di Lachin e l’FSB a supervisionare l’imbuto sud Az-Nakhichevan?

Tutto ciò che non è fissato su carta, è ovviamente soggetto a interpretazione. E l’interpretazione che prevale è quella sostenuta dalla parte più forte. In un contesto dinamico com’è ancora quello del Caucaso del sud è impossibile prevedere quale visione prevarrà. Infatti, i fattori in movimento sono: la situazione interna all’Armenia, l’imprevedibile comportamento dei russi, il fattore turco.

Attori dinamici e scenari possibili

Cominciamo dall’Armenia. La sconfitta subita è stata bruciante. Pashinyan ha perso la faccia di fronte al suo popolo, che rimane mobilitato e non ha affatto seppellito l’ascia di guerra. Arresti fra le fila dell’opposizione armena sono stati effettuati nella giornata di ieri, mentre l’assenza di un’alternativa chiara al governo di Pashinyan sta facendo chiudere i ranghi del governo attorno al debole leader. Il minsitro della difesa si è espresso in favore della decisione di Pashinyan di firmare, lo stesso leader dell’Artsakh Harutyunian ha giustificato la scelta, dicendo che i soldati erano fiaccati e continuare la guerra avrebbe condotto a una tragedia. Ma i leader precedenti, Kocharyan (arrestato per abuso di potere e scarcerato quest’estate) e Sarghsyan (cacciato via dalla “rivoluzione di velluto”), nonostante tutto non si sono macchiati della colpa più grave agli occhi degli armeni, la resa, e sono in circolazione. Se il ricordo della “rivoluzione di velluto” è troppo fresco per portare a una completa riabilitazione di Sargsyan, Kocharyan, anch’egli karabakho, e veterano, è un oligarca legato a Mosca, e potrebbe incarnare perfettamente lo spirito revanscista che scorre per le strade di Yerevan, così come potrebbe essere quell’uomo di Mosca che Pashynian non è stato, e che per questo è stato inviso al Kremlino.

Uno sviluppo in questa direzione della politica armena, costituirebbe la vittoria totale per la Russia.

Il Kremlino ha giocato in maniera eccelsa la sua partita a scacchi nel conflitto, dove è arrivata solo alla fine, e per fare scacco matto senza aver perso neppure un pedone. La Russia ha ottenuto la presenza nella regione, ma non sono solo i 2000 uomini in più che avrà giù nel Caucaso a rendere questo cessate il fuoco una vittoria per Mosca. Se è vero che, come molti analisti hanno sottolineato, da un certo punto di vista ciò comporta una grossa responsabilità nel difficile Caucaso, e dunque un ulteriore grattacapo, d’altro canto la Russia si trova così non solo a esercitare il totale controllo su un’Armenia ancor più isolata e dipendente di prima, ma anche a tenere sott’occhio l’Azerbaijan, col quale però non ha motivo di entrare in diretto contrasto, al momento. É dunque possibile ipotizzare che non sarà Mosca a fare il primo passo per scompaginare quanto stabilito con il cessate il fuoco. Così come la Russia è arrivata a fine partita e soltanto per firmare, anche adesso attenderà che la pietanza si cuocia da sola, e che l’Armenia faccia quel passo che potrebbe di nuovo far precipitare la situazione verso uno scontro.

E qui entra in gioco la Turchia. Turchia che abbiamo visto interagire con Mosca in altri scenari, Turchia potenza della NATO, Turchia che ha coadiuvato l’Azerbaijan belligerante. La Turchia, il cui bilanciamento diplomatico nei confronti della Russia è stato fondamentale per sbloccare la situazione. La Turchia il cui leader poco amato a Occidente fa dimenticare a una politica estera comune (?) gli interessi strategici. La Turchia, il cui allontanamento da un laicismo kemalista consente ai propagandisti di tirar fuori i miti obsoleti dello scontro di civiltà. La Turchia, gigante isolato, che potrebbe perdere il suo status. La Turchia, potenza regionale che si sa imporre. Per questo, parole come “neo-ottomanismo”, “panturchismo” e persino “terrorismo” sono termini che abbiamo ricominciato a sentire sempre più frequentemente riferite ad essa.

Il ruolo della Turchia in questo post-cessate il fuoco è anch’esso dipendente da altri fattori: quanto saremo in grado di abbandonare quel modello diplomatico wilsoniano dove a parlare di Caucaso siede qualcuno come Macron? Quanto saremo in grado di costruire una politica estera comune coerente, che decida quali obiettivi perseguire e quali porre invece in secondo piano? Riuscirà l’Europa a prendere posizione, a scegliere fra l’isolazionismo e l’impegno? Riuscirà l’Europa a dismettere i panni del paternalista col monocolo e il panciotto che vuol “metter bocca” senza “metter piede”, nel Caucaso?

E gli USA, quando le acque si saranno calmate, torneranno a interessarsi di Caucaso, oppure aree come il Mar Nero, il Mar Caspio, il “Grande Medioriente”, la politica energetica, rimarranno care solo a qualche vecchia volpe nei circoli militari?

La speranza di un nuovo corso

Non è possibile rispondere a queste domande, al momento. Di fronte all’avvenimento di grande portata storica al quale abbiamo appena assistito, possiamo però nutrire delle speranze. L’Armenia al bivio potrebbe cogliere una grande occasione per demilitarizzarsi, dismettere narrative tossiche e belliciste, provare a ripartire da adesso, senza la croce di uno stato di guerra permanente. Potrebbe provare a costruire la pace, curare l’economia, valorizzare le risorse, specialmente umane e culturali, che sono effettivamente in suo possesso. Potrebbe dare questo senso al dolore per i suoi caduti e prodigarsi attivamente perché questa tragedia non si riproponga.

La ferita dell’Azerbaijan è chiusa, i suoi territori sono stati reintegrati. Baku può festeggiare.

Di fronte a vincitori e vinti, però, se non si lavorerà attivamente per la pace, la guerra sarà finita, sì, ma il conflitto continuerà, e potrà riesplodere da un momento all’altro.

Claudia Palazzo

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CSIG Interview to Professor Dzebisashvili on the Georgian Parliamentary Elections 2020

Dr. Shalva Dzebisashvili is Professor and Head of the International Relations and Political Science Program at the University of Georgia.

In this interview, he will explain what happened in the electoral process, what was the role of the opposition, what characterizes the current Georgian political landscape, what were the Georgian people expectations towards this election, how the war in Nagorno-Karabakh impacted the process.

Watch here to get an informed and insight view of the political situation in Tbilisi.

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Nagorno-Karabakh, la fragile neutralità georgiana

La posizione scomoda della Georgia, stretta tra vicini belligeranti e impossibilitata pure a condurre una reale strategia di mediazione. Il timore di interventi esterni da parte dei potenti vicini.

La geografia è destino. Per la Georgia, consiste nell’essere al centro di un’immaginaria croce ai cui estremi si trovano la Turchia (ovest), la Russia (nord), l’Azerbaigian (est) e l’Armenia (sud).

Poi la geografia economica, con la regione di Adjara, sul Mar Nero, largamente ospitante investimenti turchi. Infine, la geografia umana: la Georgia è sede di ampie minoranze armene e azere, particolarmente concentrate, rispettivamente, nella regione meridionale di Samtskhe-Javakheti e in quella sud-orientale di Kvemo Kartli.

A complicare il quadro ci si mette pure la geopolitica, attinente anche alla natura delle relazioni fra i quattro poli. Da ovest: Russia e Turchia in competizione, Azerbaigian e Armenia in guerra, Turchia e Azerbaigian alleati, Russia e Armenia alleati (nominali?). In mezzo, la Georgia: corridoio di transito, nel bene e nel male. Isola di stabilità nel Caucaso del Sud, la Georgia mantiene relazioni cordiali con tutti i poli della croce di cui è centro, tranne che col nord russo, con il quale è stata in guerra nel 2008. Da quel conflitto sono sorti due dei famosi Stati de facto (Abkhazia e Ossezia del Sud) laddove prima batteva bandiera georgiana.

Se la geografia è destino, dunque, il destino della Georgia è indissolubilmente legato a quello della croce sud-caucasica nel suo intero, e la neutralità – intesa come assenza di coinvolgimento – non è un’opzione. È per questo che l’unico scenario accettabile per la Georgia è l’assenza di conflitti nell’area. E se sperare nella pace e nella normalizzazione delle relazioni fra tutti gli attori in causa è impossibile, tifare per una de-escalation e stare in disparte sono le uniche alternative. 

Il conflitto del Nagorno-Karabakh dura da tre decenni, che lo si voglia considerare in alcune fasi “congelato”, o meno. Ma in questi tre decenni, conclusasi la prima guerra del Nagorno-Karabakh, il tacere delle armi è stato sufficiente perché la Georgia potesse sviluppare con relativa serenità una politica interna ed estera “pacifica” – interrotta soltanto dal già citato scontro con la Russia, e da questo o quell’avvicendamento domestico.

La Georgia, comunque, nonostante l’enorme impatto che qualsiasi esito del conflitto avrebbe su di essa, non ha mai ricoperto un ruolo centrale nelle negoziazioni, né ha mai servito come mediatore. È infatti una centralità passiva, quella georgiana, dove il suo essere cuore della croce sud-caucasica non significa ipso facto capacità di esercitare pressioni su alcuno degli attori in gioco: alla Georgia mancano il peso politico e la deterrenza militare per imporre la propria volontà.

Dunque, per la Georgia, si tratta di essere attraversata da ciò che gli altri intendono farvi passare, e di sperare che si tratti soltanto di capitali, infrastrutture energetiche, reti di trasporti o, tutt’al più, aiuti umanitari.

È così che la presidente Salome Zurabishvili, subito dopo il rinnovarsi del conflitto guerreggiato fra Armenia e Azerbaigian, ha convocato il Consiglio Nazionale di Sicurezza, che ha stabilito il divieto assoluto di transito di aiuti militari sul territorio georgiano, spazio aereo incluso. L’idea proposta a fine settembre dal primo ministro Giorgi Gakharia di far di Tbilisi la sede per i negoziati del Gruppo di Minsk è stata rigettata da tutte le parti.

Inoltre, tutte le forze politiche hanno convenuto sulla posizione di neutralità della Georgia – qui intesa come assenza di propensione politica verso l’una o l’altra parte belligerante. Unica voce fuori dal coro, Misha Saakhashvili – ex presidente georgiano e candidato premier per la coalizione d’opposizione alle prossime parlamentari, che si terranno il 31 ottobre – il quale ha preso posizione dichiarando che “il Karabakh è Azerbaigian”.

I problemi che la Georgia potrebbe trovarsi ad affrontare a causa del conflitto nel Nagorno-Karabakh sono di varia natura.

Innanzitutto, di ordine pubblico: come già accaduto con gli armeni che a Javakhk hanno bloccato l’autostrada con la Turchia, accusando infondatamente che da lì stessero transitando cargo militari per l’Azerbaigian. Esiste anche la possibilità che membri delle minoranze si scontrino fra di loro dando luogo a disordini, ma una tradizione di convivenza pacifica all’interno del territorio georgiano fa sperare che questa ipotesi sia poco probabile.

Di natura economica: con un conflitto alle porte, si potrebbe assistere a un crollo degli investimenti stranieri, per i timori d’instabilità dell’area. Inoltre la forte dipendenza energetica della Georgia dall’Azerbaigian renderebbe Tbilisi suscettibile di qualsiasi interruzione di rifornimenti, per non parlare del danno in termini di mancati introiti che il Paese subirebbe nella sua qualità di territorio di transito.

Di natura politica: con le elezioni alle porte, e la gestione della pandemia che, al contrario di quanto registrato durante “la prima ondata”, sta suscitando molte critiche nei confronti del governo, le sopracitate implicazioni economiche del conflitto sarebbero ulteriore motivo di biasimo per l’esecutivo di Gakharia. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, qualsiasi passo falso diplomatico da parte di Tbilisi – sia esso reale, o una creazione mediatica – metterebbe a repentaglio i rapporti con l’uno o l’altro vicino di casa, privando la Georgia di un suo asset fondamentale e costringendola a dover ridipingere interamente la propria politica estera.

Se dunque un’intensificazione del conflitto può far pensare cinicamente alle conseguenze elettorali che avrebbe sulla maggioranza di governo georgiana, è anche vero che di fronte a un impatto devastante sulla sicurezza nazionale neppure il politico più spregiudicato potrebbe mettere avanti le proprie ragioni di partito. 

La Presidente georgiana Salome Zurabishvili con il Primo ministro armeno Nikol Pashynian.

Esaminiamo, allora, il peggiore dei casi possibili. Ovvero lo scenario nel quale, essendosi inasprito lo scontro fra le forze belligeranti, Russia o Turchia (o entrambe) volessero intervenire direttamente sul campo. In questo caso, il maggiore timore riguarderebbe Mosca. Ankara, dati i propri rapporti con Tbilisi, non forzerebbe la mano nel chiedere “permesso di transito” alla Georgia. E data la situazione sul campo, a netto vantaggio dell’Azerbaigian, è meno probabile che abbia necessità di intervenire. Al contrario, l’Armenia in difficoltà necessita senz’altro degli aiuti di Mosca. E benché sia possibile che un ruolo attivo e incisivo dell’Iran risulti in ciò sufficiente, almeno in una prima fase, si è già parlato di una piccola stazione russa apparsa improvvisamente vicino a Berdzor/Lachin – anche se la natura di questa base non è stata confermata.

Se la Russia, in nome del CSTO, dovesse intervenire, potrebbe farlo esclusivamente passando per Tbilisi, a 40 km dalla quale, in seguito al conflitto del 2008, sono stazionate truppe russe. Se Mosca chiedesse a Tbilisi il permesso di transito, dunque, la Georgia si troverebbe di fronte a un drammatico dilemma: consentirle di raggiungere Yerevan senza scontri, e di conseguenza non solo piegarsi alla volontà del nemico, ma anche rischiare le furie di Ankara; negarle il permesso e rischiare che essa decida di transitare comunque – invadendo così la Georgia. In questo caso le furie di Ankara andrebbero verso Mosca, e nel timore di uno sbilanciamento degli esiti nel Nagorno-Karabakh, il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Russia sul territorio georgiano è da prendere in considerazione.

Nessuno vuole trovarsi in uno scenario di questo genere. Un nuovo Medio Oriente nel Caucaso è qualcosa che il mondo intero non può permettersi. É per questo che, se la speranza georgiana di una de-escalation del conflitto è un’ovvietà, per la comunità internazionale comprendere ciò che è davvero in ballo in Nagorno-Karabakh è dovere.

Claudia Palazzo

Articolo originariamente apparso su “Osservatorio Russia” il 30 ottobre 2020.

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