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Discorso di Saakashvili alla Corte, 29 novembre 2021

Riportiamo di seguito il testo integrale tradotto in lingua italiana del’ex Presidente georgiano Mikheil Saaakashvili davanti alla Corte, in occasione dell’udienza del 29 novembre 2021 del processo in cui è imputato.

Non sono stati aggiunti commenti né note editoriali, la traduzione non é stata resa in italiano tramite forme interpretative.

Qui il video del discorso.

“Vorrei, prima di tutto, salutare gli astanti qui fuori, salutare il pubblico georgiano, e porre una domanda. Durante quei giorni, in cui camminavo liberamente in Georgia, prima di essere preso in ostaggio, ho avuto la possibilità di interagire con le persone, e ho visto questa gente molto imbronciata, la gente è molto abbattuta. Le persone quasi non sorridono, la gente è molto infelice.

Vorrei dirti, mio amato popolo georgiano, vorrei chiederti: non vi manca di sentirvi orgogliosi del vostro Paese? Non vi mancano l’incalzare e la spinta dello sviluppo? Non vi mancano le novità e lo sviluppo? Non vi mancano l’amore e il calore? Non vi manca il celebrare la vittoria?

Se tutto ciò vi manca, allora dobbiamo insieme mettere fine a tutto ciò che sta accadendo adesso.

Vorrei iniziare dal perché sono in questa aula e dal perché sono in Georgia oggi.

Voi sapete bene che presiedo il “Comitato Esecutivo per le Riforme” del più vasto Paese europeo, che si riunisce ogni mese – adesso non si riunisce da due mesi per comprensibili ragioni – e che raccoglie il Presidente dell’Ucraina, il primo ministro, il Presidente del Parlamento, tutti i ministri, il procuratore generale, e si occupa di preparare le riforme necessarie per il Parlamento ucraino.

Con il mio contributo, la Verkhovna Rada ha approvato diverse leggi cruciali da me preparate. Per esempio la legge sulla proprietà terriera, un pacchetto legislativo; la legge sui permessi di costruzione, che non farebbe male nemmeno alla Georgia, vista l’enorme corruzione che c’è in questo settore; la legislazione sull’elettricità, e, prima della mia partenza, ho lasciato loro l’atto sulla libertà economica dell’Ucraina, che avevamo in Georgia, ma che questo governo ha abrogato. Ho anche completato un pacchetto fondamentale di riforme sanitarie in Ucraina.

Avevo una posizione di grande rilievo in Ucraina. A maggior ragione che, secondo un sondaggio IPSOS, quando hanno chiesto al pubblico chi avrebbero voluto come primo ministro dell’Ucraina, ero il primo della lista. Ho rifiutato almeno due volte la premiership durante la presidenza di Poroshenko. Dal punto di vista materiale, non sono mai stato così bene come stavo in Ucraina. Avevo una casa, uno stipendio alto, ero rispettato, e tenevo lezioni in tutto il mondo. Per esempio, recentemente, ho tenuto una conferenza a 600 milionari e miliardari sul codice fiscale nei resort più alla moda del Messico, e naturalmente, vengo pagato per ognuna di queste conferenze.

Ma proprio così, ho messo da parte tutto questo, almeno temporaneamente, e sono arrivato in Georgia, dove ero certo che sarei stato o ucciso durante il viaggio, o ucciso al mio arrivo, proprio come hanno fatto con Zviad Gamsakhurdia, oppure sarei stato messo in una cella, da dove le mie possibilità di rilascio, come siamo tutti convinti, sono minime.

Probabilmente molte persone diranno che non sono sano di mente. Cosa può portare un uomo a rifiutare tutte le cose di cui parlavo prima – lusso, rispetto, una posizione istituzionale nel più vasto Paese europeo – mettere tutto da parte e saltare in un vortice da cui ha pochissime possibilità di tirarsi fuori?

Ma c’è qualcosa che mi spinge più di ogni altra cosa… c’è qualcosa che mi spinge più di ogni altra cosa; ed è la ragione per cui sono qui.

Amo davvero l’Ucraina, dove ho trascorso più di diciassette anni della mia vita, ma sono follemente innamorato della Georgia, dove sono nato e cresciuto, in una famiglia amorevole.

Mia nonna Mzia è morta recentemente e non ho potuto partecipare al suo funerale per ovvi motivi. La Georgia è il Paese dove sono stato istruito da insegnanti come Gela Charkviani e Manana Chavchavadze. In prigione ho ricevuto una lettera, dalla mia prima insegnante, Nineli Tatarashvili – che alla Prima Scuola Sperimentale mi ha fatto studiare sui libri più innovativi di Shalva Amonashvili – e anche da Clara Chkhaidze, la mia insegnante di lingua e letteratura georgiana alla Scuola n. 51. Non vi nasconderò che ho pianto molto in cella mentre leggevo queste lettere. Non ho avuto una reazione del genere in nessun’altra occasione.

So che nei suoi ultimi giorni di vita, Gela Charkviani è stato il primo firmatario della petizione che chiedeva la mia liberazione. Ho appreso della sua morte poco prima di perdere temporaneamente conoscenza nell’ospedale della prigione n. 18. E’ stato un duro colpo per me. Gela diceva che ero stato il suo miglior studente, e io, semplicemente, non ho avuto l’opportunità di incontrarlo e di dirgli che lui è stato il miglior insegnante che abbia mai avuto.

È un po’ mistico – un paio di giorni prima di sapere della morte di Gela, ho sognato il suo appartamento in via Pekini, e Irakli Charkviani, che era un mio amico, che diceva che Gela era fuori e sarebbe tornato presto. Ho saputo della sua morte un paio di giorni dopo.

Ci tengo a dire che sognavo ogni notte la Georgia, Batumi, l’Abkhazia, sognavo il campetto da calcio nel mio cortile, dove giocavo, in via Pekini, e la sensazione che io e che noi, come georgiani, stiamo perdendo tutto questo, stava diventando sempre più insopportabile.

Sapete che nel 2008, i russi attraverso i francesi, Sarkozy, e gli americani hanno avvertito che avevano intenzione di entrare a Tbilisi il mattino dopo e che io e la mia famiglia avremmo dovuto lasciare la Georgia. Hanno bombardato e distrutto l’aeroporto di Kopitnari, che abbiamo poi restaurato e che ora ha un aspetto assolutamente diverso, hanno bombardato i dintorni dell’aeroporto di Batumi, l’aeroporto di Tbilaviamsheni. L’unico posto che non hanno bombardato è stato l’aeroporto internazionale di Tbilisi e l’hanno fatto per una ragione: permettere a Saakashvili di fuggire all’estero insieme ai suoi amici e parenti. Non nascondo che anche alcuni americani, miei amici, mi hanno consigliato di farlo, perché altrimenti i russi sarebbero entrati a Tbilisi e avrebbero fatto quello che Putin ha promesso a Sarkozy, di impiccarmi da qualche parte e di distruggere la mia famiglia. E così, per prendere una decisione su ciò che avrei dovuto fare, ho impiegato solo due o tre minuti.

Ho ricordato che nel 1921 – e ci ho pensato molte volte – quando l’esercito bolscevico entrò a Tbilisi, il governo georgiano si spostò prima a Batumi, poi a Istanbul e infine per la Francia. Ho visitato molte volte la tenuta di Leuville, che avevano acquistato e dove erano andati a stare, e so che dopo 10, 20, 30 o anche 40 anni, loro, già vecchi, erano ancora seduti a discutere di storie sulla Georgia, un luogo che non avrebbero mai più potuto vedere nella loro vita. Ho pensato che non mi sarei mai messo nella stessa situazione. La mia partenza da Tbilisi significava l’ingresso delle truppe russe a Tbilisi e l’appendere una bandiera russa a Tbilisi. Questo era il contenuto di questo ultimatum. In Afghanistan, il presidente ha lasciato la capitale in circostanze simili e l’altra forza è entrata immediatamente.

Il mio Presidente preferito, Ronald Reagan, diceva che siamo sempre a una generazione di distanza dalla perdita dell’indipendenza e io purtroppo dico che probabilmente è arrivato il momento in cui questo è quello che sta succedendo davanti a noi in questo momento. Questa è la realtà oggettiva. Quando sono arrivato a Batumi, ho camminato per le strade e ho visto che ci sono molti russi. I russi sono diversi l’uno dall’altro; ci sono dei russi di provincia, di origini oscure, che stanno comprando il 70% degli appartamenti costruiti lì. Ho visto quella prigione… si vendono molti prodotti, cose elementari. Ci sono molti canali russi tradotti in georgiano in TV. A proposito, non succedono queste cose in Ucraina perché lì è proibito, perché l’Ucraina è l’Ucraina, il Paese che combatte contro la Russia, proprio come la Georgia.

Sono arrivato perché ho sentito da molti georgiani che dovevo tornare; ho sentito da migliaia di miei compatrioti che ho incontrato in vari aeroporti; quei compatrioti che incontravo nei grandi raduni di emigranti in Europa e negli Stati Uniti che dovevamo tornare in Georgia.

L’ultimo è stato mio figlio di 15 anni, Nikusha, che ha detto che avrei dovuto farlo o adesso o mai più, perché perderemo il nostro Paese. Me lo ha detto Sandra, di cui mi fido molto e con la quale abbiamo cresciuto due figli eccezionali.

Mi imbatto nelle azioni di Sandra ovunque, anche nel sistema penitenziario, dove ha fatto molte buone cose in termini di assistenza sanitaria ai detenuti, screening e molte altre cose. Non siamo mai stati miliardari – se avevamo uno stipendio di 800 dollari negli anni ’90, 400 dollari venivano spesi in beneficenza.

Inoltre, in Ucraina, una persona molto importante proveniente da Tbilisi mi ha detto che se non fossi arrivato subito avremmo perso la nostra patria, e l’opinione di questa persona è molto importante per me.

Infine, mia madre, che è seduta in questa sala e che è professoressa di Storia della Georgia, mi ha detto che lei, come madre, non vuole che io rischi la vita, ma come patriota della Georgia, capisce che siamo in una situazione grave, e dice che lei non è solo mia madre, e che dovremmo fare qualcosa perché siamo in una situazione molto brutta.

Naturalmente, molti hanno conosciuto anche i miei amici ucraini; Lisa Yasko era a Tbilisi e ha detto che nel nostro Paese c’è una catastrofe in corso. Mi ha detto che molti disoccupati stanno agli angoli delle strade. In Ucraina non si può vedere un giovane in piedi agli angoli delle strade, lì tutti hanno un lavoro. Qui, quello che l’ha scioccata di più è che ad ogni passo c’erano persone in piedi agli angoli delle strade e persone tristi. Mi ha anche detto che era il momento di aiutare questo Paese.

Lei sa cosa è successo in Georgia dopo la mia presidenza.

Il tasso di cambio della valuta si è svalutato di due volte. Rispetto a Shevardnadze, dopo l’inizio della mia presidenza abbiamo rafforzato il tasso di cambio del 28%, e l’abbiamo rafforzato ancora di più in seguito, e quella moneta adesso si è svalutata di due volte, i prezzi sono aumentati di tre volte. Gli stipendi dei dipendenti pubblici quasi non sono aumentati, così come non sono praticamente aumentati nel settore privato. La gente sta scappando in massa da qui. È una tragedia che un giovane ufficiale, che ha ricevuto la migliore educazione americana e che è stato un comandante di una delle direzioni delle forze armate georgiane, che ho creato, praticamente da zero, ora lavora come caricatore nel New Jersey, sprecando i suoi anni migliori in questo lavoro.

È una tragedia che l’ufficiale Tsertsvadze – che è stato il primo nella Storia dopo la seconda guerra mondiale, su scala mondiale, ad abbattere un bombardiere strategico russo, TU22 – se ne sia andato perché era perseguitato, perseguitato dalle persone che hanno ucciso i nostri ufficiali delle unità speciali che erano ostaggi della Russia, che hanno imprigionato Roman Shamatava, un vero eroe del nostro Paese. Se ne andò con la sua famiglia e rimase come rifugiato in un campo in Germania.

È una tragedia che negli aeroporti polacchi, per esempio a Varsavia, dove ci sono continue code di georgiani, gli aerei atterrano uno dopo l’altro per trasportare i georgiani nelle fabbriche polacche, dove sono pagati pochi spiccioli – 700-800 euro al massimo – e pagano parte di questa somma in alloggio. Dall’aeroporto di Wrocław, un altro aeroporto polacco, i georgiani sono portati in Germania a raccogliere fragole, lavorando praticamente come schiavi.

Abbiamo perso 700.000 compatrioti negli ultimi nove anni, all’inizio del 2021. E a questo numero se ne sono aggiunti almeno 100.000 quest’anno. Guardate i dati statistici, durante gli otto anni su nove della presidenza di Saakashvili, sono tornati nel Paese più georgiani di quanti ne siano partiti. Quello che sono riusciti a fare in nove anni, i nostri feudatari hanno impiegato 70 anni per vendere i nostri ragazzi e ragazze da Anaklia a Rabati al bazar di Istanbul. Loro ci hanno messo praticamente sette o otto anni.

L’economia della Georgia si è sviluppata in un’economia proprio come era il Venezuela, o come era la Moldavia prima. Il modello chiave è che tutte le risorse locali appartengono a un’oligarchia o a un oligarca, un sovrano, mentre la popolazione si guadagna da vivere servendo un oligarca o con i soldi rimessi dai parenti. Questo è l’aspetto del modello economico della Georgia. Non c’è altra prospettiva che la povertà o la fuga.

Ho incontrato molte delle nostre donne che lavorano soprattutto come badanti per anziani in Grecia e in Italia. Ma a causa della loro età, queste donne avranno presto bisogno esse stesse di assistenza; non hanno pensioni, spesso non hanno uno status giuridico o risparmi, perché stanno inviando tutto il loro denaro alle loro famiglie abbandonate. Questa è una tragedia che sta accadendo davanti a noi… Non potevo restare a Kiev o sedermi nel mio ufficio, proprio sopra l’ufficio del presidente ucraino nell’amministrazione presidenziale e guardare da lì come il nostro Paese viene fatto a pezzi… C’è una catastrofe nel Paese, che una volta era il numero uno nelle riforme.

Oggi siamo in testa con il tasso di mortalità COVID-19.

Eravamo il riformatore economico numero uno al mondo. Eravamo l’economia che cresceva più velocemente nel mondo – l’economia è cresciuta di quattro volte durante il mio mandato. Lasciate che vi ricordi che dopo la mia presidenza, l’economia della Georgia è cresciuta dello 0% in dollari USA. La Georgia in realtà ha perso gli ultimi nove anni, perché durante i nove anni precedenti, con la guerra e la crisi economica globale, eravamo cresciuti di quattro volte, la nostra ricchezza nazionale è cresciuta di quattro volte, il bilancio della Georgia è aumentato di 12 volte, gli stipendi e le pensioni sono aumentati di 10 volte, mentre negli ultimi nove anni, gli stipendi sono effettivamente diminuiti a causa della svalutazione della moneta e della stagnazione economica. Non è questa una tragedia? Come possiamo prenderla con calma e accettarla come normale?

Permettetemi di ricordarvi che oggi siamo un Paese al quale vengono tirate le orecchie dall’uno o dall’altro Ambasciatore. Durante la mia presidenza, era un Paese che tre presidenti degli Stati Uniti – Bush, Trump e Biden – e diversi vicepresidenti hanno visitato. Questo è stato il Paese in cui sei leader europei sono arrivati quando siamo stati attaccati e sono rimasti al nostro fianco sulla piazza, rischiando la loro vita. Questo è il Paese dove il cancelliere tedesco, il Presidente turco e altri quattro o cinque leader sono arrivati durante la guerra. Si è tenuto un enorme vertice per proteggere la Georgia, praticamente sotto il fuoco delle bombe. Quello che hanno percepito come un concerto è stato in realtà una delle pagine più emozionanti della storia della Georgia, quando sei leader europei sono arrivati a Tbilisi davanti a centinaia di migliaia di persone e siamo riusciti a mantenere e salvare la nostra capitale.

Questo era il Paese, dove il principe di Monaco ha aperto la stagione turistica; la nostra stagione lirica è stata aperta da Carreras e Domingo, i più grandi cantanti del mondo. Quando sono diventato presidente, tutti mi hanno dato del pazzo quando ho detto che il numero di turisti in Georgia avrebbe raggiunto i cinque milioni, ma da 70.000 è aumentato a otto milioni. Ma non immaginavo le persone che si aggirano ora come turisti; immaginavo le persone che avrebbero pagato cinque o sei volte di più per lo sviluppo delle famiglie georgiane e della Georgia.

Questo era un Paese che costruiva nuove città. Non importa quante volte si riscriva la storia, Batumi è stata costruita da Saakashvili. Se avessi avuto tempo, Lazika sarebbe già stata costruita e sarebbe stata il porto più brillante del Mar Nero. Kutaisi è diventata una città nuova, perché avevo lavorato sull’idea di sviluppo delle regioni. Questo significava che la popolazione di Kutaisi sarebbe stata orgogliosa di vivere in una città così grande, piuttosto che in una città stagnante, che loro hanno trasformato in un villaggio, con le mucche che brucano l’erba fuori dal Parlamento. Ecco perché abbiamo spostato il Parlamento a Kutaisi. Abbiamo spostato la Corte costituzionale a Batumi. E’ stato pianificato di collocare il centro finanziario chiave della Georgia a Lazika. Un terminal della più grande compagnia di crociere era in costruzione a Batumi, che sarebbe stato l’unico sul Mar Nero. Sono stato governatore di Odessa e persino Odessa poteva solo sognare quello che abbiamo fatto a Batumi.

Ora, poiché noi abbiamo costruito questo edificio, innalzato questa bandiera, creato questo stemma, questo inno e ciò che è più importante, costruito lo Stato e le istituzioni statali, di cui la Georgia mancava da secoli, per questo sono diventato il primo leader georgiano, dopo il re Luarsab (è successo 400 anni fa), che è stato imprigionato. È la più grande vergogna per tutti coloro che vi prendono parte. È la più grande umiliazione… Non credo che loro siano georgiani.

Questa è una classica ricetta russa; il mondo intero è costernato mentre mi rivolgo a voi da dietro questo vetro, invece di poter camminare insieme a voi nel Paese che ho costruito e svilupparlo ulteriormente.

Per quanto riguarda le mie accuse, sono stato condannato in due casi – un caso riguarda una grazia presidenziale, il cosiddetto caso Girgvliani, che non ha nulla a che fare con il caso Girgvliani ed è stato chiamato così solo per fare pubbliche relazioni. La morte di Sandro Girgvliani è stata una tragedia; gli ufficiali coinvolti nel caso sono stati arrestati. Dopo la guerra del 2008, un’amnistia è stata applicata a 280 militari; uno di quelli che hanno ricevuto da me il perdono che mi ha trascinato per i capelli nella prigione di Gldani. In realtà, non si trattava di un’amnistia, ma di un dimezzamento delle pene detentive.

Sono passati sei mesi da allora, e due giudici li hanno liberati. Uno di questi giudici mi sta ora processando nel cosiddetto “caso delle cause”. È davvero così buio, gente?

Del secondo caso non intendo nemmeno parlare: l’unica testimonianza nel caso Gelashvili è un classico caso di sentito dire, “io ho sentito che lui ha sentito”. Sono stato condannato sulla base di una tale testimonianza, che non sarebbe accettata in nessun tribunale del mondo come prova. E non c’è da stupirsi che quando hanno emesso questa sentenza e l’hanno inviata all’Interpol, quest’ultima si è messa a ridere e ha stracciato il vostro verdetto sopra le vostre teste… Ho parlato con il vicedirettore dell’Interpol, che ha detto che la vostra Procura è vergognosa.

Per quanto riguarda il caso del 7 novembre, perché continuate a mandare in onda il filmato del 7 novembre, che è molto sgradevole per me da guardare ed è molto difficile per me ricordare ancora oggi?

Non avete avuto il 20 giugno proprio ieri? Confrontate il numero di persone ferite il 20 giugno e il 7 novembre. L’omicidio di Lekso Lashkarava, incoraggiato dal più alto funzionario del Paese con la sua chiamata diretta, non è avvenuto proprio ieri? Ma vorrei invece discutere di quello che era il contesto geopolitico in Georgia allora.

La Georgia era sul suo cammino verso la NATO, nel 2006, quando Putin mi disse che avrebbe fatto di tutto per bloccare questo processo. Quell’anno, il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenka si informò con me su Arkadi Patarkatsishvili, il presidente del Comitato Olimpico, che disse di voler visitare la Bielorussia e chiese il permesso di incontrare Lukashenko. Gli ho detto che non ne sarebbe venuto fuori niente di fruttuoso, così non lo ha ospitato. Ma poi Patarkatsishvili andò comunque a Minsk, e Lukashenka mi disse in seguito che Putin aveva chiamato per dirgli che non era necessario incontrare Patarkatsishvili e che “i ragazzi sarebbero venuti a parlare con lui”. Tre generali dell’FSB arrivarono a Minsk, come mi disse Lukashenka, che incontrarono Patarkatsishvili e (riferirono che) Putin che sarebbe diventato il prossimo presidente della Georgia. Questo è successo nel settembre 2007.

Dopo questo, ci sono state grandi manifestazioni organizzate e finanziate da Patarkatsishvili. Il denaro di Patarkatsishvili proveniva interamente dalla Russia. Il Servizio di Sicurezza dello Stato probabilmente conserva una lettera che l’U.S. Federal Bureau of Investigation ha inviato nell’autunno del 2007, verso ottobre, dicendo che i boss del crimine Usoyan e diversi boss del crimine georgiano erano arrivati a Yerevan per organizzare dei disordini nella capitale georgiana. Questa dell’FBI era lettera di avvertimento. Nell’ottobre 2007, Tbilisi ha ospitato una conferenza storica. Il segretario generale della NATO, diversi ministri degli Esteri, l’ambasciatore degli Stati Uniti alla NATO e il vicesegretario di Stato sono arrivati per la conferenza, che è durata alcuni giorni e ha avuto grande risonanza mediatica. È stato praticamente deciso che la Georgia avrebbe ricevuto il MAP. I visitatori sono rimasti molto impressionati dal Paese alla partenza. Non appena sono partiti, se non sbaglio, il 30 ottobre, si è tenuta questa grande manifestazione a Tbilisi il 2 novembre.

Non credo che tutti quelli che sono scesi in piazza abbiano ballato al ritmo della Russia o fossero a conoscenza dei piani di Patarkatsishvili. Ma questo era comunque un momento difficile, perché avevamo intrapreso dure riforme, che hanno reso decine di migliaia di poliziotti senza lavoro. Molte persone non potevano abituarsi alla nuova. L’inflazione allora non era così alta come adesso, ma ancora abbastanza alta. In effetti il tasso di sviluppo economico era più alto di adesso, ma mentre alcune persone guadagnavano di più, altre erano diventate più povere. Quindi, alcune persone avevano ragioni oggettive per essere arrabbiate con noi. Quindi c’è stata davvero una grande manifestazione, e l’abbiamo ricevuta come un segnale. Patarkatsishvili è arrivato alla manifestazione e ha fatto un discorso che ha chiarito tutto, sul perché e sul come la manifestazione è stata organizzata.

Poi le manifestazioni di protesta sono continuate. La mattina sono stato svegliato e mi è stato detto che la polizia stava avendo uno scontro con i manifestanti, che poi si è trasformato in qualcosa come quello che è successo oggi fuori dal tribunale. Stavo guardando questo alla televisione, non avevo dato alcuna istruzione e loro stavano svolgendo i loro compiti per come li comprendevano in base all’esperienza che avevano allora nella nostra polizia, che allora era molto giovane e inesperta.

Dio ci ha salvati perché nessuno è morto durante gli scontri e solo una persona è stata ferita gravemente. Questo succede in molti paesi, e nessuno pensa nemmeno a lanciare un caso su questo, tranne degli specifici fissati. In seguito a questi eventi ho fatto quello che pochissimi leader hanno fatto nel mondo. Mi sono dimesso, ho ridotto il mio mandato presidenziale di un anno e mezzo e ho partecipato alle nuove elezioni presidenziali, che ho vinto con difficoltà; per ricevere un nuovo mandato dal popolo georgiano. Perché l’ho fatto? Per sventare i piani della Russia, in modo che queste manifestazioni e raduni non ostacolassero la nostra integrazione nella NATO. Poi, nel febbraio, Bush mi ha invitato e mi ha detto che avevo fatto qualcosa di grande, e quello che ho fatto, le mie dimissioni, erano il motivo per cui mi stava sostenendo, perché non ero aggrappato al potere. Il popolo georgiano ha emesso il verdetto su questo caso.

Ora voglio passare a quello che è successo dopo il mio arrivo. Ho dovuto attraversare un sentiero pieno di spine per arrivare in Georgia… Sapevo che sarei stato arrestato, e l’unica questione era se sarei stato detenuto il terzo giorno, il quarto giorno, o dopo. Non ho nemmeno cercato di nascondermi, come tutti sanno bene, ma è successo quello che mi hanno detto i deputati al Parlamento europeo prima della mia partenza per la Georgia; mi hanno chiesto se pensavo che sarei stato torturato dopo il mio arrivo in Georgia. Avevo risposto che non avrebbero osato, che chi tortura nel XXI secolo? Durante i miei incontri al Senato degli Stati Uniti, uno dei senatori mi disse che avevano paura per la mia sicurezza personale, per quello che avrebbero potuto farmi in prigione. Ho risposto che nella nostra prigione, nel XXI secolo, nessuno avrebbe osato fare nulla. In seguito alla prigione di Rustavi n.12, mi hanno subito detto che non mi era permesso telefonare a causa di uno di questi capi d’imputazione inventati; hanno sigillato la finestra e fatto una scenata perché ho salutato alcune decine di persone che erano arrivate fuori dalla finestra del bagno. Ora almeno la gente può vedermi in faccia da questo vetro, perché altrimenti ciò non sarebbe stato permesso da altri posti.

Dopo questo ho fatto uno sciopero della fame, e all’inizio non permettevano ai miei medici di visitarmi, solo ai medici dello stabilimento. Poi, in seguito alle pressioni del pubblico, è stato istituito un consiglio di medici di Stato, che ha raccomandato di trasferirmi in una clinica civile polivalente come misura preventiva, poiché stavo peggiorando in diversi modi. In seguito, la situazione è continuata, poiché non hanno permesso ai miei avvocati, hanno impedito la visita del difensore pubblico ucraino; a volte non mi hanno permesso di incontrare il mio confessore. Tutto questo è stato registrato e trasmesso all’istanza competente.

In seguito, avevo programmato un incontro con mia madre e i miei due figli, così come con il consiglio medico di Stato. Loro mi hanno sempre detto che o il consiglio era occupato, o la mia famiglia non era in grado di farmi visita. Mi hanno semplicemente mentito, e poi il capo del penitenziario è venuto nella mia cella per dirmi che la mia richiesta era stata soddisfatta, e che sarei stato trasferito in una clinica civile polivalente. Quando ho chiesto dove fosse questa clinica, la persona mi ha rassicurato che era da qualche parte a Tbilisi ed era un buon ospedale. Ho detto alla persona che desideravo sapere dove fosse, ma la persona ha detto che non poteva dirmelo per motivi di sicurezza, ma mi ha rassicurato che era esattamente quello che volevo. Non mi ero ancora abituato a tale tradimento, mi dissero di fare i bagagli in fretta e che il resto delle mie cose sarebbero state mandate là. Mi portarono, come si sa, all’ospedale della prigione di Gldani, dove i prigionieri sapevano in anticipo che stavo arrivando: infatti la porta dell’ambulanza non era ancora stata aperta, che appena entrati nel cortile cominciò un forte e continuo frastuono e le grida del mio nome. Nessuno sapeva che sarei stato portato lì, tutti pensavano che sarei stato portato all’ospedale militare di Gori, ma loro in qualche modo lo sapevano.

Poi la porta si è aperta. Ho detto loro che nessuno aveva il diritto di trasferirmi in una struttura medica senza il mio permesso, come da codice di detenzione, e loro hanno risposto che mi ci avrebbero portato comunque. In quel momento potevo anche sentire il continuo flusso di rumori, parolacce, insulti a mia madre. Quando ho detto che non sarei sceso dall’auto, che credevo che fosse illegale e che chiedevo di essere riportato indietro, poiché la clinica Gldani, secondo tutte le informazioni che avevamo, non soddisfaceva alcun requisito, oltre al fatto che c’erano dei criminali che potevano terrorizzarmi moralmente, loro mi hanno trascinato fuori dall’auto con la forza. Quando cercai di liberarmi dalla loro presa, mi colpirono ai piedi, alle mani, ci fu un tentativo di soffocarmi e al collo. Mi tolsero le scarpe, mi tolsero e strapparono i vestiti che indossavo e mi lasciarono al reparto nudo, insultandomi e picchiandomi lungo la strada. Lì il loro primo tentativo è stato quello di prendere i miei campioni senza il mio permesso e ho avuto una reazione adeguata.

Questo non era nemmeno un reparto, era semplicemente una cella, che aveva un letto. Non c’era nemmeno un campanello da suonare in caso di bisogno, per esempio in caso di perdita di coscienza. Durante i giorni sentivo costantemente gridare insulti, minacce e tutto questo era organizzato dall’amministrazione. Come facciamo a saperlo? Facile, Lomjaria è entrata completamente coperta in modo che nessuno potesse riconoscerla, nemmeno io potevo riconoscerla, ma quando è entrata nella struttura i detenuti le hanno gridato contro e l’hanno insultata. L’amministrazione della prigione ha detto in anticipo ai detenuti che “questo è Gvaramia, questa è Lomjaria e ora dovete gridare”. O per esempio, come facevano i detenuti a sapere quando andavo nella stanza dei visitatori? Per esempio mi stavo incontrando con Khatia e da fuori potevamo sentire i nostri nomi e le grida. Questi erano casi di tortura e di trattamento inumano organizzati e orchestrati dall’amministrazione della prigione, e le organizzazioni internazionali e il centro Empathy hanno già preso nota. Sono sicuro che sono anche inclusi nel rapporto del difensore pubblico. Questi casi di tortura e trattamento inumano erano contro colui che ha creato lo Stato georgiano. Cosa importa, anche se non era Saakashvili ed era Kibrotsashvili? Dopo questo, che diritto ha qualcuno delle forze dell’ordine di alzare la voce?

Dopo questo, quando ricevetti le cure d’urgenza, e quando non avevano specialisti multiprofessionisti, fui fortunato a perdere la coscienza in presenza dei miei avvocati, e fui fortunato che quando quella mattina la dottoressa a capo del campo di concentramento mi guardò e considerò che stavo morendo e non volle che allora le persone che avevano organizzato il mio assassinio… e questo fu assolutamente un atto omicida deliberato, perché tutti i miei parametri erano sotto il livello vitale, il mio piede era gonfio, praticamente non potevo nemmeno camminare né pensare, e quando questa donna vide che stavo morendo, chiamò urgentemente il capo del dipartimento medico Tamta Demurishvili e Guliko Kiliptari, poiché il mio medico personale non era ammesso dentro la clinica della prigione. Quest’ultimo è un rianimatore dell’ospedale repubblicano. Queste sono state le circostanze in cui Guliko Kiliptari mi ha salvato la vita perché avevo perso conoscenza per circa 20 minuti, che è un tempo molto lungo. Gli specialisti sanno che durante questo tempo si può soffrire di ictus ischemico, che il cuore potrebbe fermarsi, qualsiasi cosa… Ricordo molto bene che Guliko mi schiaffeggiava sulla guancia e mi diceva di non morire. Sono grato a questa nobile donna.

Dopo di che, invece di accettare la raccomandazione di trasferirmi in una clinica polivalente, il Ministero della Giustizia ha dichiarato che le mie condizioni erano normali, erano solo leggermente peggiorate e che i loro specialisti mi avrebbero visitato, preso dei campioni e deciso se dovevo essere trasferito o no. Aspettavano un po’ di tempo, il tempo che io morissi… Capisco di cosa si trattasse. In seguito uno dei medici della struttura è venuto a visitarmi.

Molta gente è scesa in strada ed è così che la mia vita è stata salvata con la mobilitazione del pubblico.

Stava avvenendo un’uccisione intenzionale. Non parlerò nemmeno della diffusione dei miei filmati, del costante appello a rendere più severo il mio sciopero della fame espresso dai più alti funzionari, della gentile offerta che avevo il diritto al suicidio, delle domande se fossi sopravvissuto fino al 41esimo giorno, delle scommesse se sarei vissuto 45 giorni o 49, fatte da vari politici. E’ stato vergognoso che il Primo Ministro abbia contato i barattoli di miele, che in sostanza ha dichiarato che il governo stava guardando cosa avrei fatto al mercato della prigione. Cose del genere non sono successe in nessun Paese africano da molto tempo. Una cosa del genere potrebbe accadere solo in un Paese inumano e selvaggio. Cose del genere non accadono nemmeno in Russia, tra l’altro, che voi adorate, o in Bielorussia. Alcune regole esistono ancora. Se non fosse stato per il difensore pubblico Nino Lomjaria non sarei qui oggi.

Se non fosse stato per il coraggio di Nino Lomjaria e lo scrupolo dei membri della sua commissione, io non sarei qui davanti a voi, vivo; perché lei essenzialmente, insieme al centro Empathy e soprattutto alla gente che è scesa in strada, ha salvato non solo la mia vita ma quella di Elene Khoshtaria e di altre persone in sciopero della fame, a cui sono grato. Sono grato anche a Nika Melia, che non ha ceduto a una provocazione che si stava preparando sul mio soggiorno a Gldani. L’organizzatore probabilmente voleva questo – uccidermi e dall’altra parte neutralizzare tutto. Un enorme grazie al Movimento Nazionale Unito, che ha dimostrato efficienza nella lotta, ma anche moderazione, e ad ogni altra persona.

A proposito, visto che stiamo parlando di tortura, mi ricordo cosa mi diceva Lech Kaczyński. La sua più stretta alleata Anna Fotyga non ha potuto farmi visita ed è stata umiliata pubblicamente. Lei è una devota patriota della Georgia, ex capo della sua amministrazione e ministro degli esteri. Ma Lech Kaczyński mi diceva che la differenza con l’Europa era che quando non sarebbe più stato Presidente in Europa, avrebbe ricevuto una pensione speciale e tutti lo avrebbero trattato bene, mentre nel mondo asiatico e russo si poteva essere uccisi. All’epoca pensai che stesse esagerando.

Si è scoperto che quell’uomo era ben consapevole di tutto, sapeva come funziona il mondo russo.

Ho raccontato i miei successi, ma ho fatto degli errori? Ne ho fatti più che abbastanza: molti errori di cui mi pento amaramente. Prima di tutto, il mio errore è stato il tribunale. Ricordo bene, per esempio, le mie discussioni con Nika Rurua nel 2011, quando Nika mi diceva che se non avessimo fatto in modo che i tribunali fossero completamente indipendenti, e se la gente non avesse avuto la percezione di poter trovare giustizia, tutto quello che avevamo fatto sarebbe stato sprecato. Nika non è più in vita, ma si potrebbe pensare che abbia indovinato tutto. Così, l’errore di non aver potuto stabilire una magistratura indipendente ha colpito molti dei miei compatrioti, così come me. Mi scuso con tutti coloro che ne sono stati colpiti, così come con tutti gli altri, per altri errori che vi hanno inavvertitamente colpito. Mi scuso ancora, ma gli errori e le trasgressioni sono una cosa e il crimine un’altra. Io sono Mikheil Saakashvili e la Georgia non ha avuto un Presidente criminale.

Voglio che ogni georgiano lo sappia. Il fondatore dello stato georgiano non poteva essere un criminale, perché i criminali non fondano gli stati, ma li distruggono e voi siete testimoni di un classico esempio di questo, poiché la Georgia è caduta nelle mani dei banditi.

Naturalmente, avevo fretta di sviluppare la Georgia e chiunque abbia fretta commette degli errori. Sapevo che avevamo poco tempo, sapevo che molte cose dovevano essere fatte.

Però, parlavo con il mio medico, che ha potuto arrivare da un villaggio e iscriversi all’università di medicina, solo grazie al fatto che c’erano gli esami nazionali. Altrimenti, non c’erano possibilità di iscriversi, e quando venivano a Tbilisi la gente li interrogava se sapevano quanto sarebbe costato iscriversi. Il mio medico è arrivato, ha creduto in me e si è iscritto. Il programma di insegnanti americani, molti dei giovani sanno parlare inglese, perché portavamo più di 2.500 insegnanti all’anno. Non solo mio figlio, o quello di Ivanishvili potevano studiare, ma qualsiasi georgiano, dal villaggio di Lesichini a Khulo e Zemo e Kveda Machkhaani. Questo era il mio concetto.

Oggi che veniamo trascinati verso la Russia, voglio solo ricordare al pubblico la differenza tra il mondo russo e quello occidentale. Non è quello che vi dicono. Non avrei mai potuto immaginare che un partito pro-Putin venisse apertamente registrato. Non solo si è registrato, ma ha anche trasmesso. La Russia è un Paese dove la violenza e la schiavitù sono lo stile di vita. In Occidente, le persone sono selezionate in base ai loro talenti e capacità e il nepotismo è irrilevante. Sono arrivato negli Stati Uniti come studente ordinario, con Sandra. Eravamo molto poveri. In tre anni avevamo entrambi ottimi lavori e infinite prospettive. Anche allora ho messo da parte queste prospettive e sono arrivato in una Georgia affamata e miserabile. Questo è l’Occidente. L’Occidente ti dà una possibilità. In Occidente non ci sono clan. La Russia è governata dai clan. Questo è il sistema che ci hanno imposto in Georgia, e vogliono che ci conformiamo.

Ora ci dicono che la società è polarizzata, divisa in due parti, il che è una stupidaggine assoluta. Questa è un’illusione creata dai bot… e con manipolazioni internet e canali speciali. La maggioranza assoluta del pubblico georgiano è più unita che mai e si è stabilita sulla sua decisione, ora più che mai. Alcune di queste persone, in povertà, sono fuggite e altre sono state unite da questa povertà, dalla sfortuna e dall’estrema mancanza di speranza; e noi non permetteremo a nessuno di uccidere questa speranza, ecco perché sono qui, per non permettere che questa speranza si spenga e invece riaccenderla.

Gente, non abbiate paura.
Queste persone hanno mandato in onda il filmato della mia tortura, che serve come verdetto sul loro misfatto, deliberatamente. Proprio come hanno ucciso Ia Kerzaia, come hanno ucciso Nugzar Putkaradze, hanno trascinato Lekso Rapava nella stazione di polizia picchiato e con i vestiti strappati, in modo da non farvi osare. Questo è esattamente il motivo per cui ora stanno acquistando quello, perché si stanno preparando per una guerra contro il loro stesso popolo.

Ma siamo tanti, siamo in gran numero e la mia vita appartiene alla Georgia. In questo caso, sono pronto a sacrificarmi di nuovo. Così come ero pronto a morire nella prigione di Gldani, sono pronto a morire in qualsiasi altro posto se la Georgia ne ha bisogno; e se la Georgia ne ha bisogno, voglio che la mia gente sappia che non dovete abbassare le mani, perché siete molti e molto forti.

Ricordate il 14 ottobre, non sono stato salvato dagli stranieri e dalla Lomjaria allora, il popolo mi ha salvato scendendo in strada. Il popolo è una forza enorme e l’idea di una spaccatura è solo un’illusione… Un funzionario di Batumi, che aveva uno stipendio di 2.500 GEL, Dzneladze Rostomi, se non mi sbaglio, ha lasciato il lavoro. Molti poliziotti lasciarono il lavoro quando Lekso Rapava fu ingiustamente represso. Nugzar Putkaradze, un vero eroe, non si è venduto. Accettare i 100.000 dollari gli avrebbe fatto male? Ma non si è venduto e questo è ciò di cui sono orgoglioso più di tutto.

Quindi, dobbiamo tutti dire a noi stessi: questa terra è nostra.

Non dobbiamo chiedere ai politici, o a Misha di tornare, dicendo che se Misha non arriva, niente ci aiuterà. Sono qui, sono arrivato e ho messo la mia vita nelle vostre mani. Se alcuni politici non ci danno un piano, niente può salvarci… Ogni persona non ha solo il diritto di agire, ma l’obbligo di farlo, e io sono arrivato qui in un momento in cui mezzo milione di persone stanno scappando dal Paese. Inoltre, ci sono persone che chiedono la carta verde americana e così via… Vorrei dirvi che sono andato contro corrente. Zviad Gamsakhurdia diceva che solo i pesci morti seguono la corrente. Non voglio essere un pesce morto, e nessuno di noi dovrebbe essere un pesce morto.

Quindi, agire.

Vorrei anche chiedere a tutti di creare dei comitati per salvare Saakashvili dalla prigionia di Putin nei loro cortili, proprietà, villaggi. Perché, perché io vi aiuti, non starò seduto circondato da guardiani, a fissare questo spazio chiuso. Sapete che ho l’energia e la capacità di aiutarvi.

Voglio ringraziarvi, e a proposito, prima di esprimere questa gratitudine, vorrei ricordarvi come è successo. Hanno detto che hanno avviato dei procedimenti penali perché ero coinvolto in politica. Vorrei ricordarvi che quando hanno lanciato queste indagini penali io non ero coinvolto nella politica georgiana, in quale politica ero coinvolto? Sono stato nominato come governatore di Odessa, come governatore della più grande Oblast, che ha una popolazione di tre milioni di persone ed è uno dei luoghi più strategici per la Russia. Questo ha infastidito Putin. Potrebbe essere stato un caso che Putin abbia incaricato di avviare il caso perché ero coinvolto nella politica? Potrebbe essere stata una coincidenza che il caso penale sia stato avviato solo un mese dopo la mia nomina a governatore di Odessa? Di quale altra conferma avete bisogno? Ora Garibashvili dice che hanno avviato il procedimento perché ero coinvolto in politica. In effetti, ero coinvolto in politica, ma nella politica ucraina, ricoprendo la più alta posizione nell’oblast, il che ha causato il dispiacere di Putin.

Stanno vendendo la Georgia, l’hanno già venduta, alla Russia, e quelli che sono obbligati a riprendersela sono le stesse persone hanno 2 milioni di GEL di debiti con le banche e non possono pagarli ogni cinque o sei settimane. È responsabilità del mio popolo georgiano, povero ma non abbattuto come avrebbe voluto. Abbiamo visto il 14 ottobre che nessuno si lascia intimidire.

Vorrei rivolgermi a voi, mio bel popolo: tutti sanno che non dovrei essere imprigionato. Tutti sanno che queste accuse sono inventate. Com’è possibile che io abbia viaggiato in molti Paesi del mondo, che il Procuratore generale dei Paesi Bassi mi abbia invitato quattro volte a tenere delle conferenze per l’Ufficio del Procuratore del Paese più giusto d’Europa, e come mai l’unico Paese che riconosce le accuse mosse contro di me, oltre a queste persone inutili, è la Russia.

Certo, io sono il prigioniero personale di Putin, e vorrei dire al popolo georgiano: non abbassate le mani, non fermatevi, perché abbiamo la nostra patria da salvare. Tutti devono mobilitarsi, tutti devono essere pacifici e organizzati, ma anche devotamente altruisti. Non mi sono forse sacrificato? Non si è sacrificata Elene Khoshtaria? Nika Melia non si è sacrificato quando è entrato nella prigione di sua volontà? Non si è sacrificato Lekso Rapava? Non ci si può ritirare ora! Questo regime deve necessariamente essere liberato! La Georgia deve essere liberata!

Grazie, mio popolo georgiano, per avermi accolto, per avermi sostenuto e per aver combattuto!

Sconfiggeremo sicuramente, sicuramente, sicuramente questo orrore e saremo sicuramente liberi, orgogliosi e di grande successo. Ne sono assolutamente convinto.

Che Dio e San Giorgio ci aiutino. Gaumarjos alla Georgia, alla Libertà!

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Speciale Georgia: l’arresto di Saakashvili. SpazioPolitico intervista Claudia Palazzo.

Il 2 ottobre, l’ex Presidente georgiano Mikheil Saakashvili è tornato in patria, pur rischiando – e ottenendo – l’incarcerazione. Di cosa è accusato Saakashvili? Qual è la situazione in Georgia? Quali le ripercussioni geopolitiche della vicenda? Il dottor Riccardo Paradisi di SpazioPolitico intervista Claudia Palazzo, direttrice del CSIG – Centro Studi Italo-georgiani. L’intervista è stata trasmessa originariamente su Twitch il 15 novembre 2021.

SpazioPolitico: https://spazio-politico.com/

Canale Twitch: https://www.twitch.tv/videos/1206483023

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European University Institute RESEARCH Grants 2021-2022

We receive and repost the European University Institute and the International Visegrad Fund offer for reasearch grants 2021-2022.

The grant programme is intended for post-graduate scholars from Central and Eastern Europe interested in European integration, to conduct research at the Historical Archives of the European Union (EUI).

Ten research grants of an amount of EUR 5,000 each are available in 2021-2022.

Check the call here.

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A scuola di difesa ibrida: la Hybrid Defense Academy

Militari di rango e diplomatici tornano sui banchi di scuola.

Tutti hanno sentito parlare di “guerra ibrida”. Ma cosa essa sia, questo pochi lo sanno. I molteplici tentativi di teorizzazione accademica non sono riusciti a produrre un paradigma unitario, né alcuna versione in grado di contenere e sussumere tutte le altre.

Altro è il discorso sul piano operativo. Nell’immediatezza dell’azione, la prassi della “guerra ibrida” salta all’occhio immediatamente, e la costruzione di una risposta attiva a questo genere di minaccia è stata questione di poco – in senso relativo – tempo.

Allo stato attuale, in area Euro-Atlantica, il costrutto di “guerra ibrida” viene applicato specialmente al confronto con la Russia, e al suo modo di operare sia nel suo vicinato, sia, persino, oltreoceano.

Benché gli aficionados di certi studi strategici in stile Guerra Fredda fossero già più che familiari con ragionamenti analoghi, è a partire dal 2014 che il concetto di «guerra ibrida» comincia a circolare, riferito alle vicende ucraine.

Da quel momento in poi, teoria e prassi si sono mescolate in un corpus composito e di fortuna alterna. Se la questione della teorizzazione accademica può sembrare oziosa, i risvolti pratici di una comprensione uniforme della «guerra ibrida» possono risultare direttamente nientemeno che nel binomio successo/insuccesso. Insomma, in un organismo di vocazione operativa ma al contempo composito e democratico come la NATO, la percezione della minaccia e il conseguente decision-making rischiano di minare alla base l’efficacia del Patto Atlantico stesso.

Paesi operativamente vicini come i Baltici, parte dei Visegrad, l’Ucraina, la Georgia, hanno conosciuto sulla propria pelle il modus operandi ibrido, e necessitano di poche spiegazioni. Altri Paesi NATO, il “fronte meridionale”, l’Europa Occidentale, non sono invece stati esposti agli aspetti più tangibili di questa forma di conflitto, e dunque, non lo individuano come minaccia.

La conseguenza di questa sperequazione di percezione, crea un muro di incomunicabilità fra gli Alleati stessi, rischiando di rendere il processo di decision-making caotico, indeciso, e inefficace.

Questa considerazione dovrebbe essere sufficiente a chiarificare la necessità di una comprensione unitaria del fenomeno, ma se ciò non bastasse val la pena di ricordare la storia stessa del concetto.

Quando esso venne enunciato originariamente nella sua forma attuale, era di Africa che si parlava, e non di Europa dell’Est.

E colui che viene considerato in senso spurio il suo teorizzatore attivo, non era invece che un osservatore passivo che enucleava gli elementi fondanti di ciò che riteneva essere il tipo di conflitto asimmetrico che potenze avverse stavano conducendo nel Maghreb. Si, il Maghreb, quello a pochi kilometri dalle coste italiane.

La guerra ibrida ha delle basi dottrinarie molto salde e sa tenersi al passo coi tempi. Ha una forte componente geografica. È una guerra totale, completa, che non lascia alcun aspetto al caso e non neglige di trasformare in arma qualsivoglia aspetto della società.

LA HYBRID DEFENSE ACADEMY

In merito, chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di partecipare al corso erogato dalla Hybrid Defense Academy, un istituto con sede in Florida, USA, che raccoglie fra i migliori esperti internazionali di “guerra ibrida”. Considerata la discrepanza fra la dimensione teorica e quella pratica, i docenti del corso provengono tutti dall’ambito operativo. In particolare, il corso è tenuto da due ex Ministri degli Esteri, un Generale dello US Army, due Ambasciatori, e due accademici.

Il corso inquadra il confronto fra potenze nei termini di guerra ibrida, ne approfondisce gli aspetti chiave ed è efficace nel fornire spunti di riflessione e una base di common knowledge che si delinea come vieppiù imprescindibile negli scenari di conflitto contemporanei.

La formazione della Hybrid Defense Academy è studiata specificamente per militari, diplomatici e altri professionisti del settore della difesa, ed è suddivisa in corsi introduttivi/generici e corsi di area specializzanti. I corsi sono a pagamento.

Il direttore dell’Accademia, Mark Voyger, ha lunga esperienza sul campo, ed è stato, fra le altre cariche, special advisor dello US Army Europe per la Russia. Attivo con il circolo di The Tactical Network nel campo del training militare e della consultancy, è senior analyst in uno dei più rinomati think-tank di Washington.

Per ulteriori informazioni scrivere a: voyger@thetacticalnet.com

A seguire il programma del Senior Executive Course con docenti e tematiche.

Russia’s Hybrid Challenges to European Security and NATO’s Evolving Proactive Strategy, LTG (ret.) Ben Hodges, Pershing Chair, CEPA; Commander USAREUR (2012 – 2014)/NATO LANDCOM (2014 -2018);

– The EU Relations with Russia, and Hybrid Challenges to the Baltic States, Vygaudas Usackas, Board Member, Avia Solutions; EU Ambassador to Russia (2013 -2017), EU Representative to Afghanistan (2010 – 2013), Minister of Foreign Affairs of Lithuania (2008-2010);

Russia’s Hybrid Influence in Central Europe: Energy and Populism, Dr. Reka Szemerkenyi, Senior Fellow, CEPA; Ambassador of Hungary to the USA (2015-2017);

Russia’s Hybrid Aggression Against Ukraine: Lessons for NATO and the West, Dr. Oksana Syroid, Leader of Samopimich Party, Ukraine; Deputy Speaker of the Ukrainian Parliament (2014-2019);

Russia’s Hybrid Penetration of the Balkans: EU/NATO Challenges and Responses, Daniel Mitov, Minister of Foreign Affairs of Bulgaria (2014 – 2017);

The Caucasus: Between NATO/EU Integration and Russia’s Hybrid Pressure, Shota Gvineria, Ambassador of Georgia to the Netherlands (2010 -2014);

Russia and the Right-Wing Radicalization in the West as an Instrument of Hybrid Warfare, Dr. Anton Shehovtsov, University of Vienna; Senior Fellow, Free Russia Foundation; Author of “Russia and the Western Far Right: Tango Noir”;

“Hybrid Containment”: Responding to Russia’s Information Warfare and Destabilization Campaigns, Brian Whitmore, Senior Fellow, CEPA; University of Texas;

Hybrid Warfare in Russia’s Grand Strategy: Foreign and Security Policy Overview; Russian Lawfare and the Weaponization of the Law: Challenges and Western Responses; Mark Voyger, Founder and President, The Hybrid Defense Academy; Senior Fellow, CEPA.

Claudia Palazzo

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Nagorno-Karabakh: la guerra è finita

In seguito alla presa di Shusha, firmato il cessate il fuoco permanente, ma sono molte le incertezze.

“Chi controlla Shusha, controlla il Karabakh”. E quarantatré giorni dopo l’inizio del conflitto, l’esercito dell’Azerbaijan era lì, nella capitale culturale del Nagorno-Karabakh, a pochi kilometri dal capoluogo Stepanakert. L’annuncio della presa di Shusha è stato dato la mattina dell’8 novembre, ed è stato accolto da un Azerbaijan in festa. Ma le smentite armene hanno lasciato il mondo col fiato sospeso: non c’è nessuna prova a sostegno dell’affermazione di Aliyev, dicevano gli armeni, nessuna foto, nessun video. Il giorno dopo sarebbe stata la festa della bandiera, in Azerbaijan, e quale miglior modo di celebrarla, che mostrando il vessillo issato sventolare su Shusha? Che si sia trattato di un coup de theatre studiato, o che gli armeni abbiano resistito combattendo fino allo stremo, al 9 novembre, la sera, era finita. Il Primo ministro armeno Pashiniyan aveva dichiarato la resa, firmato un accordo trilaterale con l’Azerbaijan orchestrato dalla Russia. Una nota sulle negoziazioni: alle 17.30 di Mosca, un Mi-24 russo viene abbattuto accidentalmente dal Nakhichevan mentre sorvola lo spazio aereo armeno. Aliyev si scusa e si offre di pagare i danni, ma il portavoce russo Peskov ci tiene a sottolineare che i negoziati erano in corso già da molto prima che il velivolo venisse abbattuto.

Alle 23 di Roma, in una Baku nuovamente in festa, si percepisce un’esplosione, forse un ultimo iskander, l’addio alle armi lanciato da un ultimo guerrigliero che rifiuta di obbedire al Badoglio di turno. Poi le armi tacciono davvero.

Mentre a Baku svanisce l’ultima preoccupazione, gli armeni si riversano per le strade di Yerevan, assaltano il proprio parlamento e massacrano di botte lo speaker della Camera Ararat Mirzoyan, ancora in prognosi riservata. Ma è Pashinyan che vogliono. Si avventano sulla residenza del Primo ministro, ma lui non è in casa. È a Sochi – secondo fonti non ufficiali, naturalmente – e sarebbe andato lì prima di firmare, ad ogni buon conto.

Questi gli avvenimenti rocamboleschi susseguitisi laggiù, nel Caucaso del sud, proprio dopo una settimana in cui si era parlato di “stallo”, in cui le vittorie militari dichiarate a cascata dall’Azerbaijan venivano messe in dubbio, e in cui si credeva che a “ricongelare” il conflitto ci avrebbe pensato, letteralmente, il Generale Inverno. Ma gli animi infuocati non sentono il freddo, e non lo sentono neanche gli armamenti di ultima generazione, non lo sentono i generali, non lo sentono i politici e i diplomatici negli edifici riscaldati delle capitali.

Fermiamoci un momento a pregare per i morti – non sappiamo quanti, non ci sono numeri ufficiali, probabilmente oltre i 5000. I loro corpi saranno restituiti alle famiglie, come da punto 8 della “Dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan, Primo ministro della Repubblica d’Armenia e Presidente della Federazione Russa”. Forse l’unico punto fermo nell’epilogo di una storia durata fin troppo: questi morti non torneranno in vita.

La dichiarazione di cessate il fuoco

Una pagina, nove punti per porre fine a uno stallo durato trent’anni. Verranno tenute le posizioni quali alla mezzanotte del 10 novembre, cessazione delle ostilità. Cioè l’Azerbaijan riterrà quanto riconquistato fino a quel momento, cioè l’area sud (Jabrail; Fuzuli; Hadrut); Shusha, naturalmente; a nord Talysh. Saranno restituti all’Azerbaijan i territori extra-NK occupati e non ancora riconquistati militarmente (Agdam a est; Kelbajar e Lachin – escluso il corridoio – alle spalle del NK). Le forze armene si dovranno ritirare contestualmente all’ingresso e posizionamento delle forze russe (1960 uomini), il tutto dovrà avvenire molto velocemente. IDPs e rifugiati ritorneranno in Karabakh sotto la supervisione dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Scambio dei prigionieri, e delle spoglie dei caduti. Verrà stabilito un “peacemaking centre” e saranno aperti corridoi: una nuova strada per connettere il Karabakh all’Armenia bypassando Shusha, e un imbuto fra l’Azerbaijan e l’exclave del Nakhichevan.


La mappa dal 10 novembre 2020. Fonte: RFE/RL.

Tutto qua. Molto resta non detto, in questa dichiarazione. Quale sarà lo status del Nagorno-Karabakh? Come sarà composto il “peacemaking center”, e specificamente, che ruolo avrà la Turchia? Come e dove sarà ritagliato questo corridoio fra Azerbaijan e Nakhichevan? Come verrà costruita in un territorio così impervio il “corridoio di Lachin alternativo”? Qual è esattamente la “linea di contatto” lungo la quale le forze russe, da dichiarazione, saranno poste, oltre che lungo il corridoio di Lachin e l’FSB a supervisionare l’imbuto sud Az-Nakhichevan?

Tutto ciò che non è fissato su carta, è ovviamente soggetto a interpretazione. E l’interpretazione che prevale è quella sostenuta dalla parte più forte. In un contesto dinamico com’è ancora quello del Caucaso del sud è impossibile prevedere quale visione prevarrà. Infatti, i fattori in movimento sono: la situazione interna all’Armenia, l’imprevedibile comportamento dei russi, il fattore turco.

Attori dinamici e scenari possibili

Cominciamo dall’Armenia. La sconfitta subita è stata bruciante. Pashinyan ha perso la faccia di fronte al suo popolo, che rimane mobilitato e non ha affatto seppellito l’ascia di guerra. Arresti fra le fila dell’opposizione armena sono stati effettuati nella giornata di ieri, mentre l’assenza di un’alternativa chiara al governo di Pashinyan sta facendo chiudere i ranghi del governo attorno al debole leader. Il minsitro della difesa si è espresso in favore della decisione di Pashinyan di firmare, lo stesso leader dell’Artsakh Harutyunian ha giustificato la scelta, dicendo che i soldati erano fiaccati e continuare la guerra avrebbe condotto a una tragedia. Ma i leader precedenti, Kocharyan (arrestato per abuso di potere e scarcerato quest’estate) e Sarghsyan (cacciato via dalla “rivoluzione di velluto”), nonostante tutto non si sono macchiati della colpa più grave agli occhi degli armeni, la resa, e sono in circolazione. Se il ricordo della “rivoluzione di velluto” è troppo fresco per portare a una completa riabilitazione di Sargsyan, Kocharyan, anch’egli karabakho, e veterano, è un oligarca legato a Mosca, e potrebbe incarnare perfettamente lo spirito revanscista che scorre per le strade di Yerevan, così come potrebbe essere quell’uomo di Mosca che Pashynian non è stato, e che per questo è stato inviso al Kremlino.

Uno sviluppo in questa direzione della politica armena, costituirebbe la vittoria totale per la Russia.

Il Kremlino ha giocato in maniera eccelsa la sua partita a scacchi nel conflitto, dove è arrivata solo alla fine, e per fare scacco matto senza aver perso neppure un pedone. La Russia ha ottenuto la presenza nella regione, ma non sono solo i 2000 uomini in più che avrà giù nel Caucaso a rendere questo cessate il fuoco una vittoria per Mosca. Se è vero che, come molti analisti hanno sottolineato, da un certo punto di vista ciò comporta una grossa responsabilità nel difficile Caucaso, e dunque un ulteriore grattacapo, d’altro canto la Russia si trova così non solo a esercitare il totale controllo su un’Armenia ancor più isolata e dipendente di prima, ma anche a tenere sott’occhio l’Azerbaijan, col quale però non ha motivo di entrare in diretto contrasto, al momento. É dunque possibile ipotizzare che non sarà Mosca a fare il primo passo per scompaginare quanto stabilito con il cessate il fuoco. Così come la Russia è arrivata a fine partita e soltanto per firmare, anche adesso attenderà che la pietanza si cuocia da sola, e che l’Armenia faccia quel passo che potrebbe di nuovo far precipitare la situazione verso uno scontro.

E qui entra in gioco la Turchia. Turchia che abbiamo visto interagire con Mosca in altri scenari, Turchia potenza della NATO, Turchia che ha coadiuvato l’Azerbaijan belligerante. La Turchia, il cui bilanciamento diplomatico nei confronti della Russia è stato fondamentale per sbloccare la situazione. La Turchia il cui leader poco amato a Occidente fa dimenticare a una politica estera comune (?) gli interessi strategici. La Turchia, il cui allontanamento da un laicismo kemalista consente ai propagandisti di tirar fuori i miti obsoleti dello scontro di civiltà. La Turchia, gigante isolato, che potrebbe perdere il suo status. La Turchia, potenza regionale che si sa imporre. Per questo, parole come “neo-ottomanismo”, “panturchismo” e persino “terrorismo” sono termini che abbiamo ricominciato a sentire sempre più frequentemente riferite ad essa.

Il ruolo della Turchia in questo post-cessate il fuoco è anch’esso dipendente da altri fattori: quanto saremo in grado di abbandonare quel modello diplomatico wilsoniano dove a parlare di Caucaso siede qualcuno come Macron? Quanto saremo in grado di costruire una politica estera comune coerente, che decida quali obiettivi perseguire e quali porre invece in secondo piano? Riuscirà l’Europa a prendere posizione, a scegliere fra l’isolazionismo e l’impegno? Riuscirà l’Europa a dismettere i panni del paternalista col monocolo e il panciotto che vuol “metter bocca” senza “metter piede”, nel Caucaso?

E gli USA, quando le acque si saranno calmate, torneranno a interessarsi di Caucaso, oppure aree come il Mar Nero, il Mar Caspio, il “Grande Medioriente”, la politica energetica, rimarranno care solo a qualche vecchia volpe nei circoli militari?

La speranza di un nuovo corso

Non è possibile rispondere a queste domande, al momento. Di fronte all’avvenimento di grande portata storica al quale abbiamo appena assistito, possiamo però nutrire delle speranze. L’Armenia al bivio potrebbe cogliere una grande occasione per demilitarizzarsi, dismettere narrative tossiche e belliciste, provare a ripartire da adesso, senza la croce di uno stato di guerra permanente. Potrebbe provare a costruire la pace, curare l’economia, valorizzare le risorse, specialmente umane e culturali, che sono effettivamente in suo possesso. Potrebbe dare questo senso al dolore per i suoi caduti e prodigarsi attivamente perché questa tragedia non si riproponga.

La ferita dell’Azerbaijan è chiusa, i suoi territori sono stati reintegrati. Baku può festeggiare.

Di fronte a vincitori e vinti, però, se non si lavorerà attivamente per la pace, la guerra sarà finita, sì, ma il conflitto continuerà, e potrà riesplodere da un momento all’altro.

Claudia Palazzo

In seguito alla presa di Shusha, firmato il cessate il fuoco permanente, ma sono molte le incertezze.

“Chi controlla Shusha, controlla il Karabakh”. E quarantatré giorni dopo l’inizio del conflitto, l’esercito dell’Azerbaijan era lì, nella capitale culturale del Nagorno-Karabakh, a pochi kilometri dal capoluogo Stepanakert. L’annuncio della presa di Shusha è stato dato la mattina dell’8 novembre, ed è stato accolto da un Azerbaijan in festa. Ma le smentite armene hanno lasciato il mondo col fiato sospeso: non c’è nessuna prova a sostegno dell’affermazione di Aliyev, dicevano gli armeni, nessuna foto, nessun video. Il giorno dopo sarebbe stata la festa della bandiera, in Azerbaijan, e quale miglior modo di celebrarla, che mostrando il vessillo issato sventolare su Shusha? Che si sia trattato di un coup de theatre studiato, o che gli armeni abbiano resistito combattendo fino allo stremo, al 9 novembre, la sera, era finita. Il Primo ministro armeno Pashiniyan aveva dichiarato la resa, firmato un accordo trilaterale con l’Azerbaijan orchestrato dalla Russia. Una nota sulle negoziazioni: alle 17.30 di Mosca, un Mi-24 russo viene abbattuto accidentalmente dal Nakhichevan mentre sorvola lo spazio aereo armeno. Aliyev si scusa e si offre di pagare i danni, ma il portavoce russo Peskov ci tiene a sottolineare che i negoziati erano in corso già da molto prima che il velivolo venisse abbattuto.

Alle 23 di Roma, in una Baku nuovamente in festa, si percepisce un’esplosione, forse un ultimo iskander, l’addio alle armi lanciato da un ultimo guerrigliero che rifiuta di obbedire al Badoglio di turno. Poi le armi tacciono davvero.

Mentre a Baku svanisce l’ultima preoccupazione, gli armeni si riversano per le strade di Yerevan, assaltano il proprio parlamento e massacrano di botte lo speaker della Camera Ararat Mirzoyan, ancora in prognosi riservata. Ma è Pashinyan che vogliono. Si avventano sulla residenza del Primo ministro, ma lui non è in casa. È a Sochi – secondo fonti non ufficiali, naturalmente – e sarebbe andato lì prima di firmare, ad ogni buon conto.

Questi gli avvenimenti rocamboleschi susseguitisi laggiù, nel Caucaso del sud, proprio dopo una settimana in cui si era parlato di “stallo”, in cui le vittorie militari dichiarate a cascata dall’Azerbaijan venivano messe in dubbio, e in cui si credeva che a “ricongelare” il conflitto ci avrebbe pensato, letteralmente, il Generale Inverno. Ma gli animi infuocati non sentono il freddo, e non lo sentono neanche gli armamenti di ultima generazione, non lo sentono i generali, non lo sentono i politici e i diplomatici negli edifici riscaldati delle capitali.

Fermiamoci un momento a pregare per i morti – non sappiamo quanti, non ci sono numeri ufficiali, probabilmente oltre i 5000. I loro corpi saranno restituiti alle famiglie, come da punto 8 della “Dichiarazione del Presidente dell’Azerbaijan, Primo ministro della Repubblica d’Armenia e Presidente della Federazione Russa”. Forse l’unico punto fermo nell’epilogo di una storia durata fin troppo: questi morti non torneranno in vita.

La dichiarazione di cessate il fuoco

Una pagina, nove punti per porre fine a uno stallo durato trent’anni. Verranno tenute le posizioni quali alla mezzanotte del 10 novembre, cessazione delle ostilità. Cioè l’Azerbaijan riterrà quanto riconquistato fino a quel momento, cioè l’area sud (Jabrail; Fuzuli; Hadrut); Shusha, naturalmente; a nord Talysh. Saranno restituti all’Azerbaijan i territori extra-NK occupati e non ancora riconquistati militarmente (Agdam a est; Kelbajar e Lachin – escluso il corridoio – alle spalle del NK). Le forze armene si dovranno ritirare contestualmente all’ingresso e posizionamento delle forze russe (1960 uomini), il tutto dovrà avvenire molto velocemente. IDPs e rifugiati ritorneranno in Karabakh sotto la supervisione dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Scambio dei prigionieri, e delle spoglie dei caduti. Verrà stabilito un “peacemaking centre” e saranno aperti corridoi: una nuova strada per connettere il Karabakh all’Armenia bypassando Shusha, e un imbuto fra l’Azerbaijan e l’exclave del Nakhichevan.

La mappa al 10 novembre 2020. Fonte RFE/RL.

Tutto qua. Molto resta non detto, in questa dichiarazione. Quale sarà lo status del Nagorno-Karabakh? Come sarà composto il “peacemaking center”, e specificamente, che ruolo avrà la Turchia? Come e dove sarà ritagliato questo corridoio fra Azerbaijan e Nakhichevan? Come verrà costruita in un territorio così impervio il “corridoio di Lachin alternativo”? Qual è esattamente la “linea di contatto” lungo la quale le forze russe, da dichiarazione, saranno poste, oltre che lungo il corridoio di Lachin e l’FSB a supervisionare l’imbuto sud Az-Nakhichevan?

Tutto ciò che non è fissato su carta, è ovviamente soggetto a interpretazione. E l’interpretazione che prevale è quella sostenuta dalla parte più forte. In un contesto dinamico com’è ancora quello del Caucaso del sud è impossibile prevedere quale visione prevarrà. Infatti, i fattori in movimento sono: la situazione interna all’Armenia, l’imprevedibile comportamento dei russi, il fattore turco.

Attori dinamici e scenari possibili

Cominciamo dall’Armenia. La sconfitta subita è stata bruciante. Pashinyan ha perso la faccia di fronte al suo popolo, che rimane mobilitato e non ha affatto seppellito l’ascia di guerra. Arresti fra le fila dell’opposizione armena sono stati effettuati nella giornata di ieri, mentre l’assenza di un’alternativa chiara al governo di Pashinyan sta facendo chiudere i ranghi del governo attorno al debole leader. Il minsitro della difesa si è espresso in favore della decisione di Pashinyan di firmare, lo stesso leader dell’Artsakh Harutyunian ha giustificato la scelta, dicendo che i soldati erano fiaccati e continuare la guerra avrebbe condotto a una tragedia. Ma i leader precedenti, Kocharyan (arrestato per abuso di potere e scarcerato quest’estate) e Sarghsyan (cacciato via dalla “rivoluzione di velluto”), nonostante tutto non si sono macchiati della colpa più grave agli occhi degli armeni, la resa, e sono in circolazione. Se il ricordo della “rivoluzione di velluto” è troppo fresco per portare a una completa riabilitazione di Sargsyan, Kocharyan, anch’egli karabakho, e veterano, è un oligarca legato a Mosca, e potrebbe incarnare perfettamente lo spirito revanscista che scorre per le strade di Yerevan, così come potrebbe essere quell’uomo di Mosca che Pashynian non è stato, e che per questo è stato inviso al Kremlino.

Uno sviluppo in questa direzione della politica armena, costituirebbe la vittoria totale per la Russia.

Il Kremlino ha giocato in maniera eccelsa la sua partita a scacchi nel conflitto, dove è arrivata solo alla fine, e per fare scacco matto senza aver perso neppure un pedone. La Russia ha ottenuto la presenza nella regione, ma non sono solo i 2000 uomini in più che avrà giù nel Caucaso a rendere questo cessate il fuoco una vittoria per Mosca. Se è vero che, come molti analisti hanno sottolineato, da un certo punto di vista ciò comporta una grossa responsabilità nel difficile Caucaso, e dunque un ulteriore grattacapo, d’altro canto la Russia si trova così non solo a esercitare il totale controllo su un’Armenia ancor più isolata e dipendente di prima, ma anche a tenere sott’occhio l’Azerbaijan, col quale però non ha motivo di entrare in diretto contrasto, al momento. É dunque possibile ipotizzare che non sarà Mosca a fare il primo passo per scompaginare quanto stabilito con il cessate il fuoco. Così come la Russia è arrivata a fine partita e soltanto per firmare, anche adesso attenderà che la pietanza si cuocia da sola, e che l’Armenia faccia quel passo che potrebbe di nuovo far precipitare la situazione verso uno scontro.

E qui entra in gioco la Turchia. Turchia che abbiamo visto interagire con Mosca in altri scenari, Turchia potenza della NATO, Turchia che ha coadiuvato l’Azerbaijan belligerante. La Turchia, il cui bilanciamento diplomatico nei confronti della Russia è stato fondamentale per sbloccare la situazione. La Turchia il cui leader poco amato a Occidente fa dimenticare a una politica estera comune (?) gli interessi strategici. La Turchia, il cui allontanamento da un laicismo kemalista consente ai propagandisti di tirar fuori i miti obsoleti dello scontro di civiltà. La Turchia, gigante isolato, che potrebbe perdere il suo status. La Turchia, potenza regionale che si sa imporre. Per questo, parole come “neo-ottomanismo”, “panturchismo” e persino “terrorismo” sono termini che abbiamo ricominciato a sentire sempre più frequentemente riferite ad essa.

Il ruolo della Turchia in questo post-cessate il fuoco è anch’esso dipendente da altri fattori: quanto saremo in grado di abbandonare quel modello diplomatico wilsoniano dove a parlare di Caucaso siede qualcuno come Macron? Quanto saremo in grado di costruire una politica estera comune coerente, che decida quali obiettivi perseguire e quali porre invece in secondo piano? Riuscirà l’Europa a prendere posizione, a scegliere fra l’isolazionismo e l’impegno? Riuscirà l’Europa a dismettere i panni del paternalista col monocolo e il panciotto che vuol “metter bocca” senza “metter piede”, nel Caucaso?

E gli USA, quando le acque si saranno calmate, torneranno a interessarsi di Caucaso, oppure aree come il Mar Nero, il Mar Caspio, il “Grande Medioriente”, la politica energetica, rimarranno care solo a qualche vecchia volpe nei circoli militari?

La speranza di un nuovo corso

Non è possibile rispondere a queste domande, al momento. Di fronte all’avvenimento di grande portata storica al quale abbiamo appena assistito, possiamo però nutrire delle speranze. L’Armenia al bivio potrebbe cogliere una grande occasione per demilitarizzarsi, dismettere narrative tossiche e belliciste, provare a ripartire da adesso, senza la croce di uno stato di guerra permanente. Potrebbe provare a costruire la pace, curare l’economia, valorizzare le risorse, specialmente umane e culturali, che sono effettivamente in suo possesso. Potrebbe dare questo senso al dolore per i suoi caduti e prodigarsi attivamente perché questa tragedia non si riproponga.

La ferita dell’Azerbaijan è chiusa, i suoi territori sono stati reintegrati. Baku può festeggiare.

Di fronte a vincitori e vinti, però, se non si lavorerà attivamente per la pace, la guerra sarà finita, sì, ma il conflitto continuerà, e potrà riesplodere da un momento all’altro.

Claudia Palazzo

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CSIG Interview to Professor Dzebisashvili on the Georgian Parliamentary Elections 2020

Dr. Shalva Dzebisashvili is Professor and Head of the International Relations and Political Science Program at the University of Georgia.

In this interview, he will explain what happened in the electoral process, what was the role of the opposition, what characterizes the current Georgian political landscape, what were the Georgian people expectations towards this election, how the war in Nagorno-Karabakh impacted the process.

Watch here to get an informed and insight view of the political situation in Tbilisi.

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Nagorno-Karabakh, la fragile neutralità georgiana

La posizione scomoda della Georgia, stretta tra vicini belligeranti e impossibilitata pure a condurre una reale strategia di mediazione. Il timore di interventi esterni da parte dei potenti vicini.

La geografia è destino. Per la Georgia, consiste nell’essere al centro di un’immaginaria croce ai cui estremi si trovano la Turchia (ovest), la Russia (nord), l’Azerbaigian (est) e l’Armenia (sud).

Poi la geografia economica, con la regione di Adjara, sul Mar Nero, largamente ospitante investimenti turchi. Infine, la geografia umana: la Georgia è sede di ampie minoranze armene e azere, particolarmente concentrate, rispettivamente, nella regione meridionale di Samtskhe-Javakheti e in quella sud-orientale di Kvemo Kartli.

A complicare il quadro ci si mette pure la geopolitica, attinente anche alla natura delle relazioni fra i quattro poli. Da ovest: Russia e Turchia in competizione, Azerbaigian e Armenia in guerra, Turchia e Azerbaigian alleati, Russia e Armenia alleati (nominali?). In mezzo, la Georgia: corridoio di transito, nel bene e nel male. Isola di stabilità nel Caucaso del Sud, la Georgia mantiene relazioni cordiali con tutti i poli della croce di cui è centro, tranne che col nord russo, con il quale è stata in guerra nel 2008. Da quel conflitto sono sorti due dei famosi Stati de facto (Abkhazia e Ossezia del Sud) laddove prima batteva bandiera georgiana.

Se la geografia è destino, dunque, il destino della Georgia è indissolubilmente legato a quello della croce sud-caucasica nel suo intero, e la neutralità – intesa come assenza di coinvolgimento – non è un’opzione. È per questo che l’unico scenario accettabile per la Georgia è l’assenza di conflitti nell’area. E se sperare nella pace e nella normalizzazione delle relazioni fra tutti gli attori in causa è impossibile, tifare per una de-escalation e stare in disparte sono le uniche alternative. 

Il conflitto del Nagorno-Karabakh dura da tre decenni, che lo si voglia considerare in alcune fasi “congelato”, o meno. Ma in questi tre decenni, conclusasi la prima guerra del Nagorno-Karabakh, il tacere delle armi è stato sufficiente perché la Georgia potesse sviluppare con relativa serenità una politica interna ed estera “pacifica” – interrotta soltanto dal già citato scontro con la Russia, e da questo o quell’avvicendamento domestico.

La Georgia, comunque, nonostante l’enorme impatto che qualsiasi esito del conflitto avrebbe su di essa, non ha mai ricoperto un ruolo centrale nelle negoziazioni, né ha mai servito come mediatore. È infatti una centralità passiva, quella georgiana, dove il suo essere cuore della croce sud-caucasica non significa ipso facto capacità di esercitare pressioni su alcuno degli attori in gioco: alla Georgia mancano il peso politico e la deterrenza militare per imporre la propria volontà.

Dunque, per la Georgia, si tratta di essere attraversata da ciò che gli altri intendono farvi passare, e di sperare che si tratti soltanto di capitali, infrastrutture energetiche, reti di trasporti o, tutt’al più, aiuti umanitari.

È così che la presidente Salome Zurabishvili, subito dopo il rinnovarsi del conflitto guerreggiato fra Armenia e Azerbaigian, ha convocato il Consiglio Nazionale di Sicurezza, che ha stabilito il divieto assoluto di transito di aiuti militari sul territorio georgiano, spazio aereo incluso. L’idea proposta a fine settembre dal primo ministro Giorgi Gakharia di far di Tbilisi la sede per i negoziati del Gruppo di Minsk è stata rigettata da tutte le parti.

Inoltre, tutte le forze politiche hanno convenuto sulla posizione di neutralità della Georgia – qui intesa come assenza di propensione politica verso l’una o l’altra parte belligerante. Unica voce fuori dal coro, Misha Saakhashvili – ex presidente georgiano e candidato premier per la coalizione d’opposizione alle prossime parlamentari, che si terranno il 31 ottobre – il quale ha preso posizione dichiarando che “il Karabakh è Azerbaigian”.

I problemi che la Georgia potrebbe trovarsi ad affrontare a causa del conflitto nel Nagorno-Karabakh sono di varia natura.

Innanzitutto, di ordine pubblico: come già accaduto con gli armeni che a Javakhk hanno bloccato l’autostrada con la Turchia, accusando infondatamente che da lì stessero transitando cargo militari per l’Azerbaigian. Esiste anche la possibilità che membri delle minoranze si scontrino fra di loro dando luogo a disordini, ma una tradizione di convivenza pacifica all’interno del territorio georgiano fa sperare che questa ipotesi sia poco probabile.

Di natura economica: con un conflitto alle porte, si potrebbe assistere a un crollo degli investimenti stranieri, per i timori d’instabilità dell’area. Inoltre la forte dipendenza energetica della Georgia dall’Azerbaigian renderebbe Tbilisi suscettibile di qualsiasi interruzione di rifornimenti, per non parlare del danno in termini di mancati introiti che il Paese subirebbe nella sua qualità di territorio di transito.

Di natura politica: con le elezioni alle porte, e la gestione della pandemia che, al contrario di quanto registrato durante “la prima ondata”, sta suscitando molte critiche nei confronti del governo, le sopracitate implicazioni economiche del conflitto sarebbero ulteriore motivo di biasimo per l’esecutivo di Gakharia. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, qualsiasi passo falso diplomatico da parte di Tbilisi – sia esso reale, o una creazione mediatica – metterebbe a repentaglio i rapporti con l’uno o l’altro vicino di casa, privando la Georgia di un suo asset fondamentale e costringendola a dover ridipingere interamente la propria politica estera.

Se dunque un’intensificazione del conflitto può far pensare cinicamente alle conseguenze elettorali che avrebbe sulla maggioranza di governo georgiana, è anche vero che di fronte a un impatto devastante sulla sicurezza nazionale neppure il politico più spregiudicato potrebbe mettere avanti le proprie ragioni di partito. 

La Presidente georgiana Salome Zurabishvili con il Primo ministro armeno Nikol Pashynian.

Esaminiamo, allora, il peggiore dei casi possibili. Ovvero lo scenario nel quale, essendosi inasprito lo scontro fra le forze belligeranti, Russia o Turchia (o entrambe) volessero intervenire direttamente sul campo. In questo caso, il maggiore timore riguarderebbe Mosca. Ankara, dati i propri rapporti con Tbilisi, non forzerebbe la mano nel chiedere “permesso di transito” alla Georgia. E data la situazione sul campo, a netto vantaggio dell’Azerbaigian, è meno probabile che abbia necessità di intervenire. Al contrario, l’Armenia in difficoltà necessita senz’altro degli aiuti di Mosca. E benché sia possibile che un ruolo attivo e incisivo dell’Iran risulti in ciò sufficiente, almeno in una prima fase, si è già parlato di una piccola stazione russa apparsa improvvisamente vicino a Berdzor/Lachin – anche se la natura di questa base non è stata confermata.

Se la Russia, in nome del CSTO, dovesse intervenire, potrebbe farlo esclusivamente passando per Tbilisi, a 40 km dalla quale, in seguito al conflitto del 2008, sono stazionate truppe russe. Se Mosca chiedesse a Tbilisi il permesso di transito, dunque, la Georgia si troverebbe di fronte a un drammatico dilemma: consentirle di raggiungere Yerevan senza scontri, e di conseguenza non solo piegarsi alla volontà del nemico, ma anche rischiare le furie di Ankara; negarle il permesso e rischiare che essa decida di transitare comunque – invadendo così la Georgia. In questo caso le furie di Ankara andrebbero verso Mosca, e nel timore di uno sbilanciamento degli esiti nel Nagorno-Karabakh, il rischio di uno scontro diretto fra Turchia e Russia sul territorio georgiano è da prendere in considerazione.

Nessuno vuole trovarsi in uno scenario di questo genere. Un nuovo Medio Oriente nel Caucaso è qualcosa che il mondo intero non può permettersi. É per questo che, se la speranza georgiana di una de-escalation del conflitto è un’ovvietà, per la comunità internazionale comprendere ciò che è davvero in ballo in Nagorno-Karabakh è dovere.

Claudia Palazzo

Articolo originariamente apparso su “Osservatorio Russia” il 30 ottobre 2020.

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